[THE CANE CROSSING RIVER]
PARTE QUATTRO
XVI
A cane, che è antipatico, stanno simpatici gli antipatici. Ad esempio Beyoncé è invisa ai più. Ed è per questo che mi sta simpatica, con tutto ciò che questo comporta. E dopo a cane stanno antipatici quelli che fanno i simpatici. Che cercano di fare i simpatici. Simpatici con tutti, simpatici a tutti. Mentre io – che sto sul cazzo a tutti e faccio quotidianamente il possibile per migliorare il mio personale nel campo dell’antipatia – dico “listen, i’m alone in a crossroad” al telefono con Beyoncé per poi scoprire che lei – antipatica – prende le mie parole e le infila nella sua ultima canzone. Plagio. Oltraggio. Puttana.
Mi piaceva l’idea di essere come da solo ad un incrocio. Evidentemente è piaciuta anche a lei. E valle a spiegare che se ci viene anche lei, all’incrocio, non siamo più soli. Né io né lei. E allora l’idea tutta se ne va a puttane. Cane dice a Beyoncé – dunque – di cercarsi altro incrocio. Ché la canzone plagiata non dice “listen, we are alone in a cross road”. Dice diverso.
Cane piscia sul palo del semaforo dell’incrocio. Piscia e si guarda attorno distratto. E’ notte. Ma. Si accorge che dall’altra parte c’è una ragazza di colore fica-ma-un-pelo-chiatta che lo fissa. Interrompe il getto senza abbassare la gamba. Gli sale il nervoso per aver stoppato la vescica. Ma. Fissa immobile la ragazza che immobile fissa lui. Cane pensa: ora abbasso la gamba e scrivo nella mia rubrica qualcosa che utilizzando incroci, semafori, ragazze di colore e vesciche interrotte vada a significare qualcosa di profondo che solo pochi coglieranno. E questi pochi – ma anche gli altri – ci metteranno sotto il loro commento del cazzo. Ma. Non gli vengono metafore contenenti quei parametri. Ha messo troppa carne al fuoco. E sebbene la ragazza continui a guardalo con le labbra glossate strette a cuore e lo spazio tra i seni imperlato di sudore distillato lui ridà il via allo zampillo. Ma. Quando finirà le dirà di cercarsi un altro quadrivio.
Il cane che attraversa il fiume senza l’ausilio dei vari San Cristoforo ha il potere di sprecarti il tempo. Ti ha fottuto facile altri tre minuti dicendoti il nulla assoluto. In fondo cercavi altro? Cane ti spreca il tempo. Notalo. Fattelo stare antipatico già solo per questo. Poi anche per altro, ma già solo per questo apri un thread ad personam e sputtanalo in malo modo. Poi però chiediti se in fondo cercavi altro. Cane ti spreca il tempo ma non ne spreca di suo a dire cose diverse dal nulla. Potrebbe dirne, se lo volesse. E forse in fondo ne dice. Ma sa che in fondo non cerchi altro. E che ficcherai comunque il tuo complimento.
Ha imbrattato di piscio il palo del semaforo, e visto che Beyoncé non accenna ad andarsere altrove, pur di non rovinare l’idea come d’essere soli ad un incrocio va a cercarsene un altro. Venticinque o trenta persone penseranno che è vero che interrompere il getto fa innervosire la vescica e che nessuno prima di cane l’aveva mai messo nero su bianco. E per questo diranno che è bravo. Antipatico ma bravo. Ma questa è una bella giornata. Non si è letto di troppi “qual è” con l’apostrofo. Non si è letto di troppe “k”. E’ una bella giornata anche se Beyoncé mi ha visto far pipì.
XVII
Cane allo sportello. Arrivano due signori. Strani. Devo dire strani. Desiderano? La donna tocca il braccio all’uomo per dirgli che può attaccare a parlare. Dovrei fare il certificato X, dice. Posso vedere un documento, per cortesia?, dico. Il signore mi passa la carta d’identità. La prendo. Poi sorride. Ed ha spazi fastidiosamente ampi tra dente e dente. E dice scusi se mi sanguina la mano ma mi hanno appena tolto una verruca. Appena nel senso di appena. Mi mostra il posto della stigmate.
Il palmo della destra è incerottato. Il cerotto, bianco, è ormai zuppo dello spurgo della cauterizzazione. Che non è il classico coagulo, ma qualcosa tra l’arancio e il rosa salmone. Una chiazza inguardabile dalla quale non riesco a staccare gli occhi.
Poi penso che ho in mano una cosa che è stata in quella mano. In quella chiazza. Sento lo schifo divorarmi. Più di quando tocco un Giuda qualsiasi. Più di quando tocco una Primadonna qualsiasi. Più di quando stringo la mano di Uno-che-cerca-di-star-simpatico-a-tutti. Lascio cadere il documento sul tavolo e dico che va bene così, grazie. Cane sente la nausea nelle fauci. Nascondo la mano sotto la scrivania e inizio a sfregarla lentamente sui jeans. Con la mano incontaminata, invece, inserisco le generalità del signore nel computer. Fortunatamente la carta d’identità è caduta aperta: non devo toccarla ancora. Il signore ogni tanto prova a dire qualcosa. La donna ha un tic all’occhio, e ogni volta gli urta il braccio per fargli capire che deve stare zitto. Non credo che siano davvero davanti a me. Non credo che esistano davvero. Mando in stampa il certificato. C’è solo il rumore della stampante. Arancio e salmone. Nausea. Indico col mento la carta d’indentità e dico prenda pure. Poi gli allungo il certificato. Poi gli allungo un secondo foglio e gli dico di mettere una firma sotto IL RICHIEDENTE.
L’uomo cerca sulla scrivania. A destra, a sinistra e ancora a destra. Trova il portamatite. Dal quale sfila – tra le tante – esattamente la MIA biro, e con la MIA biro nella mano marcia firma sotto IL RICHIEDENTE. Quindi me la porge. Sorridendo. La MIA biro resta qualche istante sospesa, fino a che l’uomo si scoccia e la appoggia sulla scrivania. Ma sorridendo.
Quando se ne sono andati, la MIA ex-biro è andata a morire nel cestino della spazzatura. A far compagnia ai Giuda, alle Primedonne, agli Uno-che-cerca-di-star-simpatico-a-tutti, agli errori grammaticali dei laureati stronzi. Ai maghi-della-pische-altrui. Che la loro non la sanno. Che una loro non ce l’hanno. Agli spurghi da cauterizzazione. Arancio e rosa salmone.
Svuota cestino.
XVIII
Cane sempre lì. Fiume sempre lì.
Cane nota che quelli che non sanno scrivere scrivono come gli scribacchini dell’ottocento o di anche prima. Aggettivano il sostantivo, ogni sostantivo. E mettono l’aggettivo prima del sostantivo perché credono che faccia alto. Se fanno un elenco mettono almeno tre cose e non più di tre cose, perché non sanno giustificare l’eventuale disarmonia. E tendono a fare i simpatici. Ed è moralmente inesatto. Ed irritante.
Soprattutto usano un luogo comune ogni due periodi. E ancora, riportano frasi altrui più o meno apertamente. Citano cose che credono colte per avvalorare tutto il resto. Non sanno che non può funzionare. Glielo spiego io.
Se mi chiedi cos’è scrivere io te lo dico anche. Scrivere è distruggere. Ciò che è già stato scritto è già stato distrutto, e tu non puoi parlare di cose che non esistono più. Ti tocca censire le cose ancora in vita, dunque. Crearle e poi ucciderle. E gli infami non potranno far altro che infierire sui cadaveri. Scrivere – dunque – non è creare. E’ scovare e distruggere.
Poi col tempo – tanto tempo – scopri un segreto e cancelli tutto quanto sopra. Senti cos’è. La stessa cosa, se lo desideri, torna in vita per farsi ammazzare in modo diverso. Può morire più volte, ma solo di morti diverse. Desideralo. Inventa l’arma nuova. Se ne sei in grado. Perché scrivere è diventato sadismo.
Cane affila coltelli sempre nuovi. Ed è sempre lì, a guardare fiume che scorre. A prendere gli spruzzi. Ma bisognerebbe attraversare. Bagnarsi del tutto. Il fatto che fiume sia più dinamico di cane dovrebbe far pensare. Far vergognare. Far vomitare.
Ma. Cane sempre lì. Fiume sempre lì.
XIX [Epilogo]
Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti con cane sulla sponda del fiume, desideroso di attraversarlo. Avevamo consigliato a cane di attraversare senza pensarci. Vivamente consigliato. Ma cane se ne sta su una riva a fissare l’altra. Inane ed inerte.
Diciamo che dall’altra parte ci sono un sacco di soldi, e se cane attraversa sono suoi. Diciamo che dall’altra parte c’è la fama, e se cane vi approda se la va a meritare. Aggiungiamo che dall’altra parte c’è il cane che cane vorrebbe essere, e se cane ci arriva lo diventa. A questo punto ci sarebbe da capire perché cane non va di là. E nessuno sa capirlo. Nemmeno cane.
Una verità è che l’ultimo singolo di Fergie è carino. Un’altra verità è che cane lo sta ascoltando. In loop. Muso piantato verso l’altra sponda. Il vento gli sbatte le orecchie come nacchere. Ha lasciato anziani a far la coda nei negozi, Natalie Imbruglia a tenergli d’occhio il Boxter S, TuffinaBLU a scrivere rubriche, l’elettrauto a cambiare lampadine, la libraia stronza a trattar male i clienti, i merli con l’ala spezzata a crepare investiti sull’asfalto, Beyoncé a piangere rimmel al semaforo, Marika a seppellire gatti, i clienti a sanguinare giallo allo sportello, le psico-troie-sudate a ballare sui tavolini e tutti gli altri a cercare motivi di aggregazione variopinti e variegati.
Fergie accarezza la testa a cane. Anzi non la accarezza. Fa pat-pat veloce veloce, che ai cani piace. Cane ringrazia agitando la coda. Ma è un movimento involontario, non ci si deve concentrare. Infatti lui pensa solo che vuol andare di là, e sembra intenzionato ad andarci.
“Di là hai i soldi più la fama più il cane che non sei e che vuoi essere. E di là puoi portare tutto quello che vuoi e tutto quello a cui più tieni. Non ti costa niente e nessuno. A questo punto ci sarebbe da chiedersi perché non vai di là, diocristo”, dice Fergie.
Cane sblocca lo sguardo dall’altra sponda e si gira a fissare Fergie. Fergie stoppa il pat-pat che piace ai cani. Sente improvvisa la paura. I cani non parlano, però cane inizia a parlare e dice così:
“Il tuo ultimo singolo è carino, te lo riconosco. Ma quella notte di marzo son venuto a pisciarti sotto casa e dopo la pipì ti ho aspettata ore ed ore. E l’ho rifatta. Una, due volte. Ma tu non sei scesa. Stavo a guardare il portoncino e ogni tanto mi sembrava di vederlo aprirsi. E per quanto sapessi che in realtà era chiuso blindato, io lo vedevo aprirsi trasparente e ti vedevo uscirci trasparente, con la valigia trasparente di Louis Vuitton fatta di fretta fretta e il cellulare trasparente che nella fretta fretta ti cadeva di mano e rimbalzava tre volte sul marciapiede e poi perdeva il coperchio della batteria. Invece il portoncino era chiuso blindato. Sempre. E l’ho rifatta [la pipì] una terza volta. Una quarta, anche. Ed ogni volta che si accendeva la luce scale mi si drizzava il pelo sulla schiena. Ma dopo quarantacinque secondi esatti si spegneva e tu non c’eri mai. Non. C’eri. Mai. Eppure eravamo d’accordo.
Non ho mai pisciato tanto come quella notte. La luce della tua stanza era prima accesa, poi spenta un poco, poi di nuovo accesa a lungo, poi spenta e subito accesa. Ed è stata così fino al mattino. Ho imparato a memoria la facciata del palazzo. Ho imparato a memoria le andature dei tuoi vicini. Le ringhiere delle scale antincendio. I pochi fiori stitici sui davanzali delle finestre. Le diverse intensità di qualunque lampione attorno a me. La cadenza dei decolli dal JFK. E degli atterraggi. Ho mandato a memoria tutte le cose che potevo mandare. E in tutto questo sforzo cerebrale tu non c’eri mai. Mi sono accucciato vicino al radiatore ancora caldo di un’auto parcheggiata lì. Mi ci sono scaldato il culo finché si è potuto, poi ho detto fanculo Fergie, fanculo veramente. Ho zampettato fino a casa ed ho aperto un thread. L’ho intitolato FANCULO FERGIE e non sarebbe potuta andare altrimenti. Ho raccontato a tutti – ma a tutti – che mi avevi detto che saresti fuggita con me e non l’hai fatto, e che dal vivo sei meno fica rispetto ai video. Comunque fica, ok, ma meno che nei video. Ho raccontato all’utenza che eravamo d’accordo che saresti scesa più o meno alle ventidue e invece non l’hai fatto. L’ho spiattellato perché secondo me tutti dovevano sapere il freddo che sale man mano che il radiatore si raffredda. E sai cosa? L’utenza ha commentato e mi ha dato ragione. Solo una ha detto che bisognava anche sentire la tua. Solo una puttana l’ha detto. E l’ho listanerizzata. Le ho mandato un messaggio con scritto PUTTANA e l’ho listanerizzata. Poi ho creato un club e l’ho chiamato FANCULO FERGIE e non l’avrei potuto chiamare altrimenti. Ci si sono iscritti tutti quelli che pensano che tu non sia stata corretta con me. Tutti quelli che pensano di sapere quanto poco e per quanto poco possa scaldare un radiatore in una notte di marzo. E mica lo sanno, ma va bene lo stesso. Per mesi, saltuariamente, ho seminato qua e là commenti sibillini per comunicare all’utenza informata che il dolore era ancora vivo. Che io ti avevo pisciato alla porta. Una, due. Tre ma anche quattro volte. Con la vescica così strizzata che alla fine usciva al massimo una goccia. Per mesi ho sentito il rumore trasparente di cellulari che cadono. Per. Mesi.
Non sei stata alle promesse e ora vieni a farmi pat-pat solo perché ti han detto che ai cani piace? Fai bene a fermare la mano e a prendere paura. Fai bene a fotterti di fifa. E dico che è ancora poca, perché io ora vado di là. Non perché me lo consigli tu ma perché me lo consiglio io. Il tuo ultimo singolo è bello, siamo d’accordo. Ma ora guardami attraversare il fiume”.
E sai cosa ha detto lei? Lei non ha detto niente. Perché non c’era e nulla è vero. C’eravamo solo io e il fiume. Solo esercizio su situazioni. Esercizio e sfoggio. E sembra che comunque piaccia, prenda. Sembra che comunque funzioni. Ché la gente pensa a cosa c’è sotto, e sotto non c’è niente. Sotto ci sono i compiti a casa di cane e basta. E il punto è che fino a che cane farà i compitini resterà scolaretto. Il compitino, hai capito? Il contentino. Il consensino. Puah. Ci sarebbe da chiedersi perché non vado di là, diocristissimo.
No pat-patting on my shoulder. The Cane crossed the River.
La distruzione di T.C.C.R.
E un cane, che lì giaceva, sollevò la testa e le orecchie: era Argo, il cane del valoroso Odisseo, che un tempo egli stesso allevò senza poterne godere perché partì allora per Ilio sacra. A caccia di capre selvatiche, di cervi, di lepri lo portavano i giovani, un tempo; ma ora, partito il padrone, giaceva nell'abbandono sopra il letame dei muli e dei buoi, che davanti alle porte si ammucchiava abbondante fino a che i servi di Odisseo lo portavano a concimanre i suoi vasti terreni. Qui il cane Argo giaceva, pieno di zecche. Quando sentì che Odisseo era vicino, mosse la coda, abbassò le orecchie, ma al suo padrone non poteva accostarsi. E Odisseo distogliendo lo sguardo si asciugava una lacrima, di nascosto da Eumeo, e poi gli domandava:
"Eumeo, questo cane, che giace nel letame, d'aspetto è bellissimo, ma non so dire se era altrettanto veloce a correre o era invece come quei cani da mensa che i padroni allevano per vanità".
Gli rispondesti così Eumeo, guardiano di porci:
"E' il cane di un uomo ch'è morto lontano. Se nelle azioni e nel corpo fosse qual era quando Odisseo lo lasciò partendo per Troia, stupiresti al vedere la sua velocità, la sua forza. Nel folto della foresta profonda, non una preda sfuggiva al suo inseguimento, era esperto nel fiutare le tracce. Ora la sventura l'ha colto. Lontano da casa è morto il padrone, le donne non hanno cura di lui. Quando i padroni non governano più, i servi non hanno voglia di compiere il loro lavoro. Metà del suo valore toglie all'uomo Zeus, signore del tuono, quando schiavo lo rende".
Così disse ed entrò nella bella dimora, andò nella sala, tra i nobili Pretendenti.
E la morte oscura scese su Argo, non appena ebbe visto Odisseo, dopo vent'anni.
rivediti la parte tre
oppure ancora
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