[THE CANE CROSSING RIVER]
PARTE TRE
XI
Quando ti senti un poco giù, cane ti consiglia di scrivere la tua autobiografia. L'autobiografia è una cosa che abbiamo tutti, per cui viene comodo metterla nero su bianco. Le persone che ne sanno e che però sono un po’ antipatiche dicono che le autobiografie sono come le gonadi, ovvero che vanno tirate fuori solo quando qualcuno te le ha chieste. Però anche se ogni tanto le tiri fuori a caso non ti bastona nessuno nessuno.
Però, dio santo, però. Te lo dico con il cuore in mano. Se proprio vuoi essere il biografo di te stesso, cortesemente utilizza la terza persona. Dai al gregge l’illusione che non sia autocelebrazione. Dagli almeno quello. E’ un escamotage cazzaro, ma il gregge ci casca a piedi pari. Terza persona come salvaguardia della dignità, te ne prego.
Anche cane vorrebbe regalare al gregge la sua autobiografia in terza persona, che quindi diventa biografia. Cane ritiene sia interessante. Cane, però, non ha motivo per regalarla. Anzi ce l’ha. Cane è morto e lascia un’autobiografia postuma. E’ morto ieri. Anzi, l’altroieri, visto che è mezzanotte e cinque. A meno che tu sia tra quelli per i quali domani è solo quando ti svegli. Comunque è morto domenica. E’ morto nel castello di Racconigi, inciampando in uno dei cordoni che delimitavano il percorso della mostra di Josephine. Sollevato, per ischerzo, da una troia sui cinquanta ma col culo ancora sodo che voleva fare uno scherzo simpatico alla sua amica sui cinquanta ma col culo invece molle. Alla fine lo scherzo l’ha fatto a cane, ed era di pessimo gusto visto che è morto battendo la faccia per terra. Ogni facciata per terra è un’ottima ragione per dare alle stampe la propria biografia, meglio se in terza persona.
[Segue la autobiografia di cane]
Cane è nato a Cuneo nel 1974. Cane poi è morto a Racconigi nel 2007. Tra queste due date son successe delle cose. Altre cose avrebbero dovuto succedere, ma non sono successe. Ovviamente non per colpa sua ma per colpa di altri. Ad esempio prima di morire voleva comprare una macchina, visto che alla sua era morta la frizione. Era già anche andato dal concessionario a sentire che aria tirava. Non tirava aria buona. Ma tanto adesso è morto e non se lo incula più nessuno. Nemmeno un concessionario. Strano.
XII
Mi mancava la ragazza che mette nel suo album la sezione @Lesbicate@. O forse ce l’avevo, nella collezione delle cazzate cui la gente si abbassa. E c’è qualcuno che nella sua collezione delle cazzate ha me, e il cane che attraversa il fiume, e tante delle cose che faccio e che scrivo.
Ci abbiamo a vicenda. Ci abbiamo tutti a vicenda. E chi mi ha probabilmente è stronzo. Sicuramente, anzi. Ma non ci posso fare nulla ed è giusto così. Ed è per questo che non capisco come fa chi cerca di star fuori da ogni personale collezione [delle cazzate]. Specie quando ci riesce, ed io ne conosco.
Invece cane è in ogni collezione, anche nella tua, e pare che la cosa lo diverta. Qualcuno inizia a pensare che ci provi un gusto insano, masochista. Cane, oltretutto, è nella sua stessa collezione. Ovvero si sta sul cazzo. Ma solo i due terzi delle volte, non proprio sempre sempre.
Ed ora, in questo esatto istante, ha una fifa fottuta che la sconosciuta signorina che ha messo nel suo album la sezione @Lesbicate@ legga qui e gli invii un messaggio di scazzo-frammisto-a-senso-di-colpa. Come succede spesso.
Ke kazzo hai kontro la mia kartella dove faccio finta di fikkare la lingua in gola alla mia amika?????? Ki kazzo ti conosce?????? Skopa di più, finokkio!!!!
Cane è entrato nel business. Produce bonsai di sequoia della Sierra. Nevada. Partendo dal seme, che non è un cazzo facile. I semi arriveranno per posta la prossima settimana. Lui intanto prepara una adeguata miscela di torba e sabbia di fiume per il germinatoio. Germinatoio di plasticaccia che cane stesso ha acquistato in un negozio disordinato. Dove prima di farsi capire ha dovuto dire “cercavo un germinatoio” e poi “ma sì, un semenzaio” e poi ancora “ma sì, una cosa di plastica per piantarci i semi, che si chiuda per non fargli prendere freddo”. E solo allora il commesso più anziano del mondo è andato a pescarglielo in uno scaffale. E cane pensava “stai a vedere che è ancora prezzato in lire” e invece poi era prezzato in euro, ma sotto si vedeva ancora il rimasuglio della vecchia etichetta in lire. E il commesso di cui sopra ha fatto per metterglielo in un sacchetto senza nemmeno spolverarglielo e fa lo stesso, lasci pure il sacchetto tanto ho la macchina subito qui fuori.
Cane è più propenso alle cose cinesi. Le cose giapponesi lo infastidiscono. Sono_ troppo_ perfette. Nonostante questo ha intenzione di dedicarsi alla sacra arte del bonsai, ma lo farà con calma. Dal momento della semina al momento in cui si inizia ad educare l’alberello, infatti, passano due anni. Per le sequoie della Sierra [Nevada] anche di più. Ma questo non ha importanza. Due anni sono il perfetto lasso di tempo per far entrare nelle altrui collezioni di cazzate [e nella sua stessa] questo ennesimo spreco di intelletto-pazienza-tempo. Bello e inutilmente-banale-ma-comunque-bello come il bridge di “Shiver” della Imbruglia. Che non puoi dire che non ti piace ma nemmeno che ti cambia la vita.
E nel tuo album delle cazzate altrui, nello spazio numero 38 attaccherai la partitura di quella canzone lì, al numero 39 un paio di @Lesbicate@ della signorina [non] citata nell’introduzione, al numero 40 la foto di cane che prima di potare con grazia inusuale le mini-sequoie californiane deve aspettare due primavere, due estati, due autunni, due inverni.
What’s wrong with my song??? Don’t you like it??? You don’t like it, you don’t listen to it… it’s so easy, my dear stupid italian dog annoying me with those useless little trees…
Alla fine ci abbiamo a vicenda. Forse dire che abbiamo visto più di due concerti dei Subsonica ci salva. Forse dire ci siamo tatuati prima che andasse di moda ci salva. Forse dire che scopiamo ci salva. Che una volta abbiamo gabbato gli sbirri ci salva. Correggere chi sbaglia un congiuntivo ci salva. Aver scritto su un muro ci salva. Aver letto un libro stronzo ci salva. La bella macchina ci salva. Ci permette di diventare la figurina introvabile. Per un po’.
Poi qualcuno comunque ci trova. E ci piazza in collezione.
Molti hanno cane in collezione. Molti ce l’hanno anche doppio. Triplo. Cane stesso ha cane in collezione. Ma solo i due terzi delle volte. Per un terzo delle volte non si ha. Perché non si trova. Si risulta introvabile.
XIII
Stasera non ho voglia di scrivere cose nuove. Avevano detto che l'avrebbero pubblicato, questo racconto che ha fruttato a cane e a batto-amico-di-cane un ingresso nella discoteca più frocia di New York.
FATTELO DIRE DA LEI
Le nove, le dieci, poi le undici. Guardo ancora dalla finestra. Prima o poi mi toccherà discutere col cinese di come il fumo del suo ristorante sta riducendo i miei vetri. A guardarci attraverso ti si confonde la vista e la strada sembra così oleosa che non sai come le auto riescano ad andar diritto.
Le undici e cinque, poi le undici e dieci. Guardo giù e ci sono due macchie che guardano su. Una delle due - quella più grossa - saluta. Sono Louise e Martin. In ritardo. Scendo in strada e li ho davanti. Fa freddo, tra l’altro. Distano un paio di metri l’uno dall’altra, come se si vergognassero a stare più vicini. Lui guarda me e fa una smorfia. Lei, invece, si è imposta di fissare le lampade di carta sbiadita del cinese.
“Lo vedi come fa?”, dice Martin.
“Da quanti giorni?”, chiedo.
“Da sabato a cena. Quattro giorni”.
Nel silenzio del traffico andiamo ad infilarci sottoterra, io e Martin davanti e lei dietro. Di un paio di metri.
Saliamo sul treno che va verso la baia. E’ quasi un viaggio, e siccome i due non parlano resto a fissare le dita di una ragazza di colore rapita dal suo walkman. Dal picchettio sul suo ginocchio provo ad indovinare che cd sta ascoltando. A un tratto credo di saperlo, e vorrei chiederle se è quello davvero.
“Dice che vuole andare via. Stavolta sul serio. Non come a luglio”, dice Martin.
“E dove? Ancora Miami?”
“Temecula. California. Bah. Fattelo dire da lei”
“E che c’è a Temecula, Louise?”, chiedo sporgendo la testa. Lei guarda in su. Finge di leggere la pubblicità di un mutuo appiccicata al soffitto del vagone.
“Guardava la televisione, sabato”, dice Martin. “Dicevano che a Temecula c’è una palestra. Una come ne abbiamo mille qui a New York. Ma lì hanno una nuova macchina massaggia-culi e allora ci vuole andare e basta. Come se la California fosse l’unico posto dove sono in grado di modellarti il…”
“Scendiamo”.
Il mare lo intuisci solo grazie ai barconi che ci stanno su. A fidarsi dei colori sembrerebbe tutto una cosa sola, come attraverso la mia finestra unta. Stiamo lì, sparpagliati. Non so scegliere l’istante giusto per aprire bocca. Sto ancora pensando che la ragazza con le cuffie mi avrebbe dato ragione. Martin si accende una sigaretta sperando che Louise lo rimproveri, ma non accade. Sto per dire la cosa, ma la sirena della chiatta che sopraggiunge mi ruba il tempo. Aspetto che muoia, poi dico.
“Louise, a che punto stai con la tessera del teatro?”
Louise butta gli occhi di lato, come se fosse stata sorpresa a rubare.
“Sì, quante caselline hai ancora da forare?”
Infila la mano nella borsa, trova la tessera e senza tirarla fuori la accarezza. Si sorprende.
“Sette. Sette su dieci”, dice Louise. Poi inquadra Martin. “E levati quella cicca dalla bocca, grassone!”
Scendo alla mia fermata. Mamma e papà restano su. Scenderanno tra altre quattro, dove c’è il teatro. Se domani prenderò lo stesso treno, alla stessa ora, forse rivedrò la ragazza. Ed indovinerò il suo nuovo cd.
Stasera mangio cinese.
XIV
Un ulteriore scarto nella mia produzione.
VERNISSAGE
Lo dico da sempre: “Questi eventi si fissano in serata, non nel primo primo pomeriggio”. Che poi la gente – lo sai - non ci viene. Lavora, studia, dorme, non ci viene. Ma se mi organizzano tutto gli altri, che ci posso fare? Dico soltanto che avrei scelto un altro momento, ecco. Un altro posto. Un altro sottofondo musicale soprattutto.
Guardo l’ingresso dall’alto, nascosta. Intanto penso queste cose. E non c’è ancora nessuno. Nessuno che arriva per il mio capolavoro. Solo sedie vuote e soldi sprecati per l’allestimento. Agitata e preoccupata vado avanti e indietro, così rapida da sembrare trasparente.
D’improvviso cambia tutto. Spunta il primo curioso con qualche minuto di anticipo. E’ il mio vicino di casa, quello un po’ strano, che non saluta mai. E’ qui per me. Poi altri, timidi ma tanti. Sempre di più. Al di là delle scommesse. Si fermano a firmare il libro degli ospiti, entrano e si accomodano. Guardano di qua e di là, chiedono dell’artista. Ossia di me. Però bisognerebbe dire al musicista che se non cambia repertorio finirà per rovinare tutto.
Nel gioco del chi-verrà-chi-non-verrà – e so che lo fai anche tu - ci sono sempre quelli con cui vai sul sicuro. Mamma papà e Erica, ad esempio. Ob-bli-ga-ti. Giulio idem. Con un mazzo di fiori, l’amore mio. I genitori di Giulio. Gli amici dei miei. Nonna, che ha fatto una faticaccia per venire fin qui.
Zia e zio. Più gli zii di Torino. Più quelli di Aosta. Ho già detto che la musica non mi piace per niente? Non piace neanche alle cuginette. Venute anche loro. Imbronciate. Non piace a nessuno. Parenti vari. Parenti tutti. Grazie.
Ci sono compagni delle elementari, delle medie, del liceo. Fa piacere, sai? Come sono diversi. Anche qualche professore. La prof di artistica, ad esempio, che diceva che non avevo abbastanza fantasia. Il prof di latino, che fondamentalmente concordava con lei. Un po’ di compagni di università. E tutta la squadra di pallavolo. Con l’allenatore. Gli amici, i più-o-meno amici. I conoscenti e gli sconosciuti. Li osservo da qui, non vista.
Che tu ci creda o no ho contato quattro miei ex. Quello storico – che ha perso i capelli - ed altri tre. Guarda come tornano sempre. Guarda come corrono ad ammazzarsi di rimpianti.
Il macellaio, il barista. La gente del mio palazzo e dei palazzi vicini. La gente dei palazzi dove abitavo da bambina. La cassiera del market. Non resta un solo posto vuoto, non una sola piastrella da occupare. Qualcuno va a stringere le mani ai miei. E’ tutto pieno. Insomma, tutti alla mia prima. Successone. Per ultimo entra anche il prete.
Ora qualcuno spacchi le dita all'organista, se è il caso. Fermatelo in qualche modo, che è il mio momento. Faccio l’ingresso lenta, nel mio tailleur di mogano pesante. Mi accompagnano quattro signori robusti. Mi tengono sulle spalle.
Cuscini di fiori. Sento gli occhi di tutti addosso.
XV
Era bella la festa di carnevale che raccoglie le persone dalle vallate e un po’ meno persone dalle città. Mi sono vestito da puttana-succhia-aggeggi, da psico-sgualdrina-da-sfinimento-cerebrale. Credevo fosse un travestimento originale. Credevo che avrei impressionato tutti, che li avrei lasciati [effettivamente] a bocca aperta. Invece ho fatto un buco nell’acqua: tutte, attorno a me, [s]vestite da mignotte-liscia-cose, da artiste-del-pornovuoto-interiore, da madonne-offerenti-volentieri-il-proprio-disordine. Ho scelto il costume meno originale. Meno originale nelle valli così come in città. Meno originale ovunque. Comunque.
Cane vestito da troia-mentale si aggira nel tendone sferzato dal vento. Nessuno lo riconosce ed è probabilmente per questo che tutti lo vogliono. Dicono: frustami - sgualdrina - con quei capelli finti. Dicono: scopati il mio migliore amico però poi dimmi che in fondo ami me. Fammi stare bene-male o male-bene. Come preferisci. Dicono: ospedalìzzati che sei grave, però poi cercano di farmisi.
Cane si aggira nel semi-buio e si prende in faccia i biglietti da cinquanta. E mentre piange, mentre gli colano i rigoni neri giù sugli zigomi, si rallegra pensando che arrivato a casa metterà foto nuove nel suo album di foto ormai vecchie. Ci metterà una bandiera a caso, il suo cantante preferito a caso, la sua vagina inarrivabilmente preferita a caso, l’auto che non potrà mai comprarsi, i posti dove non potrà mai stare, i suoi ritratti più finti. Si farà persona tra le persone. Si darà dei connotati accettabili e accettati.
Se date tempo a cane di levarsi questa parrucca, cane vi sorprenderà. Deve solo trovare l’uscita. Deve solo non incazzarsi se il treno di persone ubriache ogni volta gli taglia la strada. Se il tipo vestito da frate gli pesta i piedi. Se il tipo vestito da Robin Hood gli pesta i piedi. Se ancora una volta il treno di carne gli sfreccia davanti. Se la tipa vestita da ape gli pesta i piedi. Cane sta pensando che ha fatto male a travestirsi da stronza-elettrica. Non avrebbe dovuto.
The cane in cerca di connotazione is crossing il binario del treno di carne sudata e alticcia. Poi il dj ha messo Sunday Bloody Sunday, e i ragazzi delle valli sanno bene che gli U2 in pista, tra capo e collo, sono la massima possibilità di redenzione intellettuale che può loro capitare. Se ne cantano un verso nessuno si ricorda più di quel cazzo di asciugamanino della birra sul cruscotto. Cantane due e sei redento per tutti gli asciugamanini a venire. Cane poi si meraviglia di questo razzismo nei confronti dei ragazzi delle valli. Da dove gli viene? Si sente in colpa. Singhiozza. Ma tutti lì attorno cantano strofe slegate della canzone. Le sanno a memoria. By heart.
Prossimo anno cane si veste da lesione-cerebrale-da-bpm-elevati. Ma ora cerca foto per il suo album. Cane è ciò che appiccica nell’album. Cane passa per ciò che ha appicciato. Cane è una vita che appiccica ed ora gli viene il dubbio che appiccicare non serva. Qualcuno lo connoti, lo aiuti. Perché se cane si leva la parrucca non lo vuole più nessuno. La gente con il pisello vuole solo le psico-troie e stare bene-male o male-bene. La gente senza pisello vuole solo psico-troie di cui mal parlare e cui fare concorrenza. Sono essenziali, le psico-troie. La merda ci è necessaria, ed in molti modi. A cercare la sua connotazione cane finirà per esser merda o per mangiarla, con o senza parrucca. Cane vuole piacere e questo è quanto.
Ma il giorno dopo la festa cane ha visto le cose dall’alto. Dal punto più alto della città delle camicie a righine. Dall’alto pare tutto più masticabile. E in lontananza fiumi da attraversare e ferrovie con treni di normale metallo. Quando son saliti erano le 15.35 e hanno detto buongiorno al guardiano. Quando son scesi erano le 16.02 e gli han detto buonasera. Perché dopo le 16.00 si dice buonasera.
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