[THE CANE CROSSING RIVER]
PARTE DUE
Avviso
A causa di un piccolo problema, l'appuntamento settimanale con la mia rubrica è rimandato a domani. Colgo l'occasione - pur essendo un essere meschino - per porgere le mie scuse a tutti gli affezionati lettori delle mie cazzate, invitandoli a tornare domani notte o quando cazzo preferiscono.
Secondo avviso
Per ragioni se possibile ancor più gravi di quelle che ieri mi hanno costretto a procrastinare il mio appuntamento settimanale con voi, miei adorati lettori, anche oggi sono costretto a scusarmi per non essere riuscito a produrre.
E lo faccio pubblicando qui un mio racconto, nella speranza che la cosa vi soddisfi [o disgusti] in egual misura.
Il posto di Michele.
Hanno detto che dopodomani nevica. Così ho preparato le tane per i gatti. Sei scatole di cartone imbottite di giornali vecchi. Tre sopra e tre sotto, che ho messo in un posto del palazzo dove non passa mai nessuno, nemmeno il sole. Ci pisciavano i muratori man mano che finivano le case a fianco. Ce li vedevo andare e tornare sistemandosi la cerniera. Ed ora che i palazzi sono finiti non ci piscia più nessuno e Michele ci porta le tipe, pure più grandi di lui. Per baciarle. A me non mi ci ha portato mai.
Comunque è un posto al riparo. Ci arrivi scendendo una rampa di scale, e poi ti ritrovi in una stanza di cemento, quadrata, piena di tubi che vanno a finire chissà dove. E lì i mici non danno fastidio a nessuno e nessuno dà fastidio a loro. A parte appunto Michele, quando ci va.
E comunque loro sono rimasti a guardarmi dalle griglie, mentre preparavo. Prima di cena sono scesa a controllare. Mi sono affacciata allo spigolo e ho visto che due ci dormivano già dentro. E allora credo abbiano capito che gli conviene passarlo lì, l’inverno.
* * *
Alla fine avevano ragione: stanotte è venuta giù. Tanta. Così tanta che papà urla dalle nove, perché il satellite non si vede e allora – siccome è domenica – niente partita in tv. Incazzato nero. Dice che vuol salire sul tetto a scopare la parabola e mamma continua a chiedergli se è scemo.
Aveva iniziato ieri pomeriggio, e ora ci sono centimetri di roba bianca ovunque. Andrea è già vestito pesante e vuole che scenda con lui in cortile. Per buttarlo nella neve, dice.
- Dieci minuti e ti porto. Così passiamo anche dai gatti.
- Ma ai gatti piace la neve? -, chiede.
- Come a te la scuola -. Cioè no. Ridiamo.
* * *
Arriviamo sotto che ci sembra di essere atterrati su un pianeta deserto. Niente rumori, niente persone. Tengo la mano di Andrea e nell’altra ho una palla di domopak piena di crocchettine. Andiamo verso il posto di Michele.
- Non sapevo che i gatti scavavano nella neve…
- …scavassero… -, dico.
- …perché quello lì scava…
C’è Bianco-e-nero sulla neve, immobile. Andiamo vicino. Ha la testa piantata giù come una talpa e si è lasciato dietro una striscia rossa. Dalle tane fino a lì. Sangue che fa poltiglia. E odore brutto.
- Cheffai Mari? Piangi? Non giochiamo più?
* * *
Papà è sceso subito. Mi accarezza la testa e guarda e non sa neanche cosa dire. Poi lo sfila dalla neve. Guardo dall’altra. Secondo lui qualcuno gli ha spezzato il collo a bastonate.
- Qualcuno degli stronzi di vicini che abbiamo -, fa ad alta voce guardando i balconi vuoti. E mi indica delle impronte nella neve che non sono nostre. Piedi grandi. Non so se è incazzato davvero per il gatto o se è per la storia della partita in tv. Solo vorrei che riprendesse a nevicare. Per coprire tutto.
Papà dice di aspettare lì, che va a prendere un sacco nero e torna. Io aspetto e guardo ovunque tranne lì.
Bianco-e-nero era l’unico che si lasciava prendere. L’estate scorsa gli avevamo staccato una zecca da dietro l’orecchio. Che non sapevo come fare, tanto mi faceva schifo gonfia com’era, e poi era arrivato Michele – che fuma, perché ha diciassette anni – e mi aveva detto lascia fare, e sembrava che volesse infilargli la sigaretta proprio nell’orecchio. Gli avevo detto ma che cazzo fai e lui ancora lascia fare, e col calore della punta aveva fatto staccare la schifosa. Poi l’aveva schiacciata con la suola, facendo il rumore con la bocca.
* * *
Dev’essere stata una bastonata decisa, per avergli tolto sette vite all’istante. Oppure sette bastonate, una dietro l’altra. O meno, perché qualche vita poteva essersela già giocata prima. A questo penso mentre con la paletta da spiaggia di Andrea scavo la buca per il sacco nero nel campo dietro casa. Forare la neve è stato facile, ma più giù non riesco ad andare. Gratto, ma la plastica si piega. Ho il nervoso alle mani, cazzo. Piango.
- Che nascondi, lì?
- Oi, Michi -, gli dico mentre si avvicina.
Mi ha vista dalla finestra. Gli spiego cosa c’è nel sacco anche se mi dà fastidio che mi veda piangere. Dice che gli spiace.
- Però fa freddo, fa un tempo schifo.. buttalo nel cassonetto e via…
- E’ quello che ha detto mio padre. Lo vedi che non capite nulla?!
- Ma è un gatto! Mangia, scopa, segna il territorio. Non è mica una persona!
- Perché le persone che altro fanno per meritarsi un buco in terra?!
Sfila una sigaretta dal tascone del giubbotto e mi chiede se è mio. E come è successo. Fatica ad accenderla per colpa del vento. Appena ci riesce si allontana dicendo di aspettarlo.
- Vado a prendere la pala in garage, Marika. Una pala vera.
A volte è gentile, Michele coltello-e-motorino. Michele che ha paura di nessuno e fa paura a tutti.
* * *
Io so chi è stato. Possa crepare bastonato pure lui. Riverso nella neve a sputare sangue.
Lo stronzo obeso del primo piano e sua moglie – ancora più stronza – ce l’han sempre avuta su coi gatti. A una riunione di condominio avevano proposto di avvelenarli. “Non posso stendere la roba lavata che dopo cinque minuti sa già di urina gne gne”. Balle. Balle di gente che non ha nulla da fare e se ne sta al balcone a guardare il nulla, e se un gatto passa tra loro e il nulla, se glielo interrompe, danno di matto.
E nel nulla bianco di stamattina, con questo tempo che si inghiotte ogni rumore, lui è sceso e s’è tolto lo sfizio. O forse lei, con la scopa. Sì, col manico della scopa. Stronza, sei. Stronza che non mi fai prender sonno.
* * *
Al citofono ha detto solo che devo scendere un attimo. Tanto stavo per andare per scuola. Con il latte della colazione sullo stomaco, come sempre.
Sorride strano, Michele con la pala in mano. Sorride mentre mi dice che ne ha trovato un altro. Scoppio a piangergli in faccia e voglio correre a vedere, ma lui mi prende forte il gomito e dice che è meglio di no. Perché è peggio di ieri. Mi traballa la pancia. Gli chiedo quale gatto. Lui dice che non si capisce più. Non sto bene. E’ meglio se salgo ancora un attimo, gli dico.
- …tanto io oggi a scuola non vado, che sorteggia di storia. Lo metto di fianco all’altro, te lo giuro. Non lo butto mica… -, e ancora mi tiene il braccio.
Poi lo lascia. Dodici secondi di ascensore. Mamma che apre la porta. Andrea ancora a tavola col tazzone davanti. “Non si capisce nemmeno più che gatto è”. Detto con quel sorriso del cazzo che ha Michi, che non c’entra mai con le cose. Mai. Poi la neve mi scende sugli occhi. Mi si sciolgono le gambe.
* * *
Alla fine niente scuola anche per me. Dalla finestra guardo Michele mentre fa il lavoro. Michele che prima sorrideva come un cretino per convincermi – e convincersi – che era tutto a posto.
Se papà avesse tempo e voglia, gli chiederei di andare a spaccare la faccia al bastardo ciccione del primo piano. Perché è lui. Sono sicura che è lui. Se non avessi quindici anni starei tutta notte lì sotto. Tutta notte fino all’alba. E sono sicura che lo incontrerei mentre cerca gatti da ammazzare. E poi non so cosa succederebbe, cosa farei, cosa direi, cosa farebbe lui. Non so.
Michi intanto ha finito e s’è acceso una cicca. Mamma urla di levarmi di lì e tornare a stendermi. Sta ricominciando a nevicare. Domani andrà tutto meglio, vero?
* * *
Oggi la colazione è andata per il verso giusto. Ed io a scuola. Ora sto tornando a casa.
Davanti al cancello ci sono macchine della polizia. Quattro, Cinque. Coi lampeggianti accesi anche se è giorno. E anche macchine non della polizia, normali, ma coi lampeggianti lo stesso. Tante persone. Mamma mi viene incontro.
- Fai il giro dall’altra, Marika. Sei già stata male ieri…
- Che è successo? -, chiedo.
- Hanno trovato morto il signor Rocchi, quello del primo piano. Nel giardino davanti. L’hanno coperto, ma…
- Ma?
- …ma non basta. Fai il giro, dai.
L’ho ascoltata e sono passata da dietro. Ma una volta su in casa ho guardato giù dal balcone. Un sacco di gente, un sacco di berretti da sbirro che vanno avanti e indietro nel prato condominiale. Hanno sporcato tutta la neve. Da tanta che ce n’era ora quasi spunta l’erba. In mezzo a tutto questo muoversi c’è un lenzuolo zuppo. Tanto zuppo. Che diresti che è un lenzuolo rosso macchiato di bianco. Troppo piccolo per coprire quel che dovrebbe. E poi, vicino al morto, c’è una scopa. E la neve non si scopa. Quando è tanta non si scopa. Né dalle parabole né da nient’altro.
Mi infilo la giacca e corro giù.
* * *
I quattro gatti rimasti sono lì, dentro le tane di cartone. Lui invece se ne sta un po’ più in là. Gli dico che sono io e gli vado incontro piano, con le mani in tasca. Ha il sorriso sbagliato di sempre, però piange. Che io mai avevo immaginato sapesse farlo.
Si avvicina per stringermi, ma subito sposta via le mani per non macchiarmi la giacchetta bianca.
E quando mi ha chiesto che fare, io ho pensato – ma solo per un istante – che portando lì uno scatolone grosso, grosso come quelli dei frigoriferi o delle lavatrici, avrei potuto tenerlo in quella stanza di cemento per sempre. Senza che gli venisse più il bisogno di tornare al piano terra. Anche da mangiare, gli avrei portato. Anche da fumare. L’ho pensato davvero, ma un attimo solo.
Poi ha detto che lo stavano aspettando di sopra. Ha detto così, Michele coltello-e-motorino. Mi ha dato un bacio sulla bocca ed è andato verso i gradini. Al quarto si è fermato, un po’ infastidito dalla luce bianca, ma ha subito ripreso. E mentre se ne saliva al paradiso dei cattivi, tutto quello che ho sentito è stato un gusto come di centomila sigarette.
VI
Quando mia madre inizia un discorso premettendo “so già che ti arrabbierai” io so già che mi arrabbierò. E’ iniziato così il suo discorso di domenica mattina, con lei che sfilava dalla borsa un uccelletto che aveva raccolto sull’asfalto, perché un signore col cane le aveva detto di prenderlo o altrimenti il suo cane l’avrebbe dilaniato.
E per quanto io mi sia incazzato, la vista di quell’uccelletto che non sapevo identificare mi ha fatto tanta pena. E mi sono incazzato, infatti, non perché l’avesse portato a casa vivo, ma perché se l’avesse lasciato crepare a mia insaputa, lontano dai miei occhi, la pena non mi avrebbe preso.
L’uccelletto era completamente rincoglionito dalla botta che aveva preso contro il parabrezza di un’auto. Si muoveva appena, ma stare in piedi proprio no.
L’ho messo in un vecchio cappello di lana, e poi in una scatola da scarpe, al buio. In modo che si riprendesse. Ed ho messo la scatola sullo scaffale. Di tanto in tanto la fissavo. Silenzio.
Ho poi deciso che era il momento della diagnosi, così ho tolto il coperchio ed ho cercato di capire che bestia potesse essere. Mi è sembrato subito un merlo. Anzi una merla, marrone. Mi è sembrato anche che si stesse riprendendo, che fosse più vispa. Ho controllato le zampe, che ricominciavano ad essere reattive. Integre. Sono passato alle ali. Integre fin dove potevo capirlo. Là dove si congiungevano al corpo non sapevo più dire. L’ho rimessa in scatola.
Dopo aver mangiato ho pensato che poteva aver fame anche lei. Cosa potevo darle, non sapendo con certezza la sua specie? Insettivoro? Erbivoro? Senza dubbio potevo darle dell’acqua, perché senza dubbio aveva sete. Non so come ma son riuscito a farle ingollare qualche goccia lasciata cadere dal mio dito. E lei voleva anche il dito. Ci avvicinava il becco come per essere imboccata. Cosa che avrebbe dovuto farmi pensare al fatto che forse era un piccolo. Merla? Merlo? Non so. Comunque reattivo. Sempre più reattivo. Io ti salverò, bestiolina. Non so come, non so perché, ma io ti salverò. E’ solo una brutta botta, solo una commozione cerebrale. Riposo. Buio e riposo, ed io ti salverò. Ho richiuso la scatola.
Sono uscito con la mia ragazza, ripromettendomi di tornare presto. Non per il merlo, ma per studiare. Ed alle cinque siamo tornati a casa, ed io le ho fatto vedere il ferito. L’ho tirato fuori dalla scatola ed ho provato a metterlo in piedi. Cadeva sul fianco sinistro. L’ala sinistra era cionca, lo notavo solo ora. Ala spezzata. “Ala spezzata” in google. Per vedere se con un’ala spezzata è consigliabile l’eutanasia. La “compassionavole”, come la chiamano. Dicono di no. Dicono che possono riprendersi, se la frattura non è brutta. La frattura immagino che sia nella zona di quella che se questo merlo fosse umano chiamerei spalla. Ed io non so dire se è brutta o no. In fondo ha solo l’ala penzolante. Potrebbe essere una cosuccia da nulla. Non posso ammazzarlo così. E poi, come lo ammazzi un merlo? Come un pollo? Ma io non ho mai ammazzato polli. Né so se lo farei, se ne sarei in grado. Anzi lo so: no. Cerco altre informazioni in rete. Leggo di gente che fa la riabilitazione ai rondoni facendoli arrampicare sulle tende di casa. Leggo di gente che li porta dai veterinari. Io non so se è il caso. Che forse ci sta quando trovi un’aquila reale impallinata, ma per un merlo credo di no. Che tanti ce ne sono, in giro.
Più di ogni altra cosa, però, penso che una bestia territoriale – come questa dovrebbe essere – vorrebbe essere a casa. E più ancora vorrebbe esserci quando muore. E se è un merlo femmina [ed io non ne sono sicuro] potrebbe aver bocche da sfamare. Più un marito che aspetta. Perché se non sbaglio i merli fanno coppia fissa. Dio cristo mi sento frocio a pensare a queste cose. Ho questo fardello, questa situazione del cazzo che mi paralizza, mi carica di responsabilità del tutto irrazionali. Forse ammazzarlo sarebbe l’unica. Forse riportarlo in quel cazzo di incrocio dove mia madre l’ha salvato, metterlo nella prima aiuola, sarebbe ancora meglio. Lasciarlo crepare a mia insaputa, lontano dai miei occhi. Senza pensare all’agonia, senza pensare ai corvi che planano e gli forani i polmoni con un colpo di becco. Al gatto che lo fiuta e poi, prima di assaggiarlo, ci si diverte una mezz’ora buona.
Inizio a pensare che domani è lunedì e che i veterinari sono aperti. E che ce n’è uno qui vicino. Che se tutto va male saranno soldi da spendere, ma che non posso sottrarmi da questo. Non posso farlo dal momento preciso nel quale questo uccello è entrato in casa mia. Lo lascio nella scatola e studio. E domani lo porto dal veterinario. Anzi [ottimismo] domani magari vola già. Ammazzarlo no, abbandonarlo men che meno. Ho una missione. Del cazzo, ma sempre missione.
Poi penso che sarebbe opportuno coinvolgere il soggetto che in questo casino mi ha ficcato. Dico a mia madre di chiamare uno qualsiasi dei centri Lipu e chiedere informazioni sul da farsi.
Nel frattempo riporto la mia ragazza a casa. Quando rientro mia madre ha già finito un giro colossale di telefonate. E’ arrivata fino a Racconigi, Centro Cicogne. Le han detto che possiamo portarlo lì. Penso: decine di kilometri. Le hanno anche detto che c’è un’alternativa: chiamare i vigili e farlo portare da loro, che c’è una legge regionale che li obbliga. Chissà perché io sento una vocina che mi dice che in questo secondo caso il merlo non arriverebbe.
Alle ore 17.40 sono in macchina, direzione Racconigi, con la stupida scatola da scarpe sul sedile del passeggero. E l’uccello dentro. Sono decine di kilometri. Violentàti dalla gente che rientra, dai camper che se si levassero dal cazzo gradirei. Dagli stupidi vecchi che si guardano attorno e non guardano mai la strada davanti. Decine di kilometri sotto il sole di taglio, sotto il caldo fastidioso. Controllando di tanto in tanto se il merlo è ancora vivo. Perché mi incazzerei tanto se la bestia crepasse durante il tragitto.
Arrivo al Centro Cicogne. Entro in biglietteria con la mia scatola. Un signore devo dire gentile capisce al volo chi sono e perché sono lì. Apre la scatola e mi spiega che è un piccolo merlo. Un “Nidiaceo di merlo”. Gli dico che l’ala sinistra è cionca. Va a portarlo al veterinario mentre firmo una dichiarazione. Stretta di mano.
Esco, salgo in macchina e parto. Poi penso che non ho lasciato recapiti o quant’altro. Che quindi non saprò mai che fine farà il mio merlotto. Preferisco.
Ho deciso che mi va bene così. Decine di kilometri, lo studio a puttane, futuro del volatile incerto. Sulla strada del ritorno vengo assalito da sogni apocalitticamente buoni. Come quello in cui, più vecchio di dieci anni, me ne sto seduto alla scrivania e noto un repentino abbassarsi della luce alla finestra. Come un’eclissi. Volto lo sguardo e vedo una nuvola di merli invadere davanzali e balconi. Una nuvola che altro non è che la discendenza copiosa di quella vita piumata e riconoscente che salvai dieci anni or sono. O come quell’altro in cui fino alla fine dei miei giorni, camminando, guidando, nuotando, pedalando, avrò la certezza che voltando lo sguardo al cielo vedrò un becco giallo e lucente – sempre lo stesso – sopra di me. Fino alla fine dei miei giorni un fruscio amico nei cespugli, ovunque io vada. Di visione in visione mi avvicino a casa, interrempendomi solo per insultare il crucco che guida [troppo piano] il camper davanti al mio muso.
Ho avuto queste visioni fino a quando ho chiuso gli occhi. E’ parlare da froci, ma ho avuto la netta sensazione di aver fatto qualcosa di fastidiosamente magico.
VII
Se tu pensi di valere € 200/mese netti in più, venditi per € 200/mese netti in più. Prendi la maniglia della porta della stanza del capo, gira la maniglia della porta della stanza del capo, entra nella stanza del capo e balbetta al meglio il tuo atto di stronza dedizione. Balbettalo al capo. Balbetta quel che ti sei preparato da mesi e che alla fine hai deciso sarà così: “Volevo rubarti due minuti – se posso – per chiederti se ho speranze di ambire a un trattamento economico migliore”. Migliore di zero. Ma in ipotetico ginocchio in quanto rubi, in quanto chiedi, in quanto chiedi senza sapere se puoi. In quanto speri, e speri di ambire. E dici “trattamento economico”, perché “soldi” no, “soldi” suona come “merda”.
Ma averne di “merda”. Averne di tasche piene di “merda”. Oh, come ti piacerebbe. Depennare una ad una tutte le voci della tua eterna wish list. Lista pretenziosa della quale non riesci comunque a vergognarti. Perché l’hai fatta con criterio, o forse con qualche piccola tollerabile deviazione dal criterio. Una macchina. E fare in modo che la spia della benzina che non sia sempre accesa. Un secondo abito elegante, tanto per evitare di andare al matrimonio dei colleghi vestito come quando vai al lavoro coi colleghi. Un portafoglio che non sia da controllare di nascosto ogni volta che fai la cazzata di impegnarti ad offrire un caffè a qualcuno. Wish list.
Hai messo la mano – la destra – sulla maniglia della porta della stanza del capo. E un istante prima di abbassarla ed entrare la maniglia è diventata arancione e rovente. Subito via la mano. Subito ma che cazzo sto facendo. Subito mano in tasca.
Il cane ha attraversato il fiume alle 12.05. Hai un reddito zero ma se non altro l’hai deciso da te.
VIII
Crossing the river is easier when it becomes ice. Il cane attraversante il fiume odia le feste. Ma se ne rammarica, perché affermarlo è così banale, così banale, così banale. Vorrebbe non odiarle per non doverlo affermare. Perché dall’affermare comunque qualcosa [Lui] non può prescindere.
La ragazzina della discoteca accentata se ne stava uno scalino più su del ragazzino suo. Era fatta così: frangetta nera, con sotto occhi verdi, con sotto brillantino nel naso, con sotto vestito optical. Con sotto lo scalino, con sotto lo scalino del ragazzo suo. E per un caso, e giuro per nessun altro motivo, io ero sullo stesso scalino di lei, di fianco a lei, e ne subivo gli urti.
La ragazzina, quindi, mi urta. E va bene che non [mi] parla, penso io. Se io dovessi parlarle – penso ancora - le direi come prima cosa che secondo me è ignorante. Di parecchio. Glielo direi perché lo penso e mi tocca avvisarla, come sempre. Direi bello il faccino, bello il brillantino, bello lo scalino, ma sei l’ignoranza-in-libera-uscita. Per cui mi urti.
Così, sul mio-nostro scalino, mentre pensavo a quanto avrei voluto offenderla e a quanto efficacemente avrei saputo farlo, mi è venuta voglia di approfondire l’analisi. Buonismo, perdonismo, garantismo. Come faccio, in fondo, a dire che è ignorante? Sono forse stronzo? Eddiocristo quanto sono stronzo sì, a leggere la vita a qualunque sconosciuto. Anche sotto le feste. Poi è arrivato il mio amico a farmi vedere i suoi pantaloni sporchi del sangue di un picchiato-dai-buttafuori e la ragazzina ignorante mi è passata di mente swosh. Ho iniziato a immaginare quanto mi farebbe schifo il sangue di un qualsiasi sconosciuto addosso. E mi è tornata in mente quella volta che un signore pallido aveva preso una crisi epilettica sul bus e cadendo aveva picchiato la tempia contro una sbarra. Il sangue che gli schizzava dalla testa aveva completamente lavato mia madre, che stava andando in ufficio. Io non avevo visto nulla, non ero lì. Ma mia madre se n’era tornata a casa con la camicetta chiazzata. Da allora credo che nessuno dovrebbe sanguinare addosso a qualcun altro. Specie se lo fa apposta. Ci sono – e ci sono – persone che sanguinano addosso alle altre. Divertendosi. Io dico: non venite da me.
IX
Cane vuole attraversare il fiume veloce veloce più veloce [punto] Cane vuole camminare sull’acqua [virgola] vuole volarci sopra [punto] Per farlo fa così [due punti] scrive in pubblico cose tanto simpatiche che tutti tutti dovrebbero ridere [virgola] anzi rideranno [punto] Ironia di alto livello [virgola] cultura&cervello [virgola] consenso che tienaggalla [punto]
Cane tienaggalla , ma tanto cane si bagna uguale. Sai l’odore del cane bagnato? Lo sai? Son cose da sapere. Son odori da sapere, da saper riconoscere. Cani attraversanti fiumi vorrebbero essere asciutti ma sanno di cane bagnato. Né più né meno di lurido cane bagnato. Alla fine a cane piace il fiume, piace starci dentro. Lo sorvola ma quando può, quando nessuno vede, ci inzuppa la zampa. Bello il fiume, dio cristo quanto è bello il fiume.
Fatti un personaggio-cane e poi mischiati agli altri cani. Però deridili. Vedi che poi spunti! Vedi come spunti? Potendo, ogni tanto, parla di fica-culo-tette-fica-pompini-fica-lo-prendo-nel-culo. Che fa simpatia e tienaggalla. Fai vedere che ne sai di ciclo mestruale. Pur essendo cane-maschio, dico. Disquisisci di depilazione integrale con tranquillità. Spartisci – su – il cibo con gli altri cani bagnati. Poi di colpo elevati e parla di film/canzoni/posti che hai visto/ascoltato solo tu, trovato solo tu, capito solo tu. Elevati e parla di concetti che hai assorbito solo tu. Insomma distinguiti per dominare il tuo branco di cani bagnati, lerci dell’acqua marcia del tuo stesso fiume. Il fiume che lercia te, né più né meno degli altri.
Cane interviene. Cane interviene a raffica. Cane si sente qualcuno. Cane è qualcuno. O almeno così si inizia a dire. Cane è il miglior amico di cane. Cane mangia cane. Odore di cane bagnato che mangia cane bagnato. Fica-culo-tette-fica-mestruazioni. Però poi guardo Lars e David e faccio il caporale.
X
Ragazzina [con la “a”] fa il login e mette foto di lingua-sanguinante-trapassata-da-siringa. Accuratamente cercata e poi trovata in album fotografico di altra ragazzina che a suo tempo fece il login e la andò a uploadare. Non che il ragazzino [con la “o”] sia insensibile al fascino della lingua-sanguinante-trapassata-da-siringa, ma quando vedi che lo fa ragazzina è tutta un’altra cosa.
Se tu per caso sai perché tanta presa fa lingua-sanguinante-trapassata-da-siringa su ragazzina e ragazzino, io ti pregherei di venirmelo a spiegare. Quando hai tempo, con calma. Che io, e noi, e tutti, un po’ l’abbiamo la passione per le cose di sangue e dolore, e lo capisco, e fin qui ci sono. Ma non so quale giovamento traggano “a” e “o” da quell’immagine. “a” e “o” che piangono se papà non li lascia andare in disco, se la professoressa-puttana gli infila il voto che non li fa andare in disco, se due ore prima litigano con chi li doveva portare in disco. Sai che male ti fa una siringa nella lingua? Più della disco mancata. Al limite prova e fai la nokia-foto-ricordo.
Siccome di “o” mi frega il cazzo, me la prendo con “a”. Mi spiace, ma davvero mi spiace, che tu abbia interrotto quella fantastica sequenza di tuoi ritratti tutti uguali dove dai sempre lo stesso profilo e hai sempre la stessa espressione con la lingua-sanguinante-trapassata-da-siringa. Meglio sarebbe stato proseguire l’infinita sequenza di facce sempre uguali, dove cambian solo lo scollo e lo sfondo. C’è l’espressione di quando sei felice. Poi l’espressione di quando sei molto felice. Che è uguale. Poi l’espressione di quando non sei felice. Che è uguale. Poi quella di quando credevi di essere felice ma hai improvvisamente scoperto di no. Che è uguale. Poi l’espressione di quel giorno che eri incazzata. Che è uguale. Poi l’espressione di quando eri incazzata forte. Ma forte forte. Che è uguale. Poi l’espressione del giorno dopo aver perso la verginità. Uguale. Poi ancora l’espressione del giorno in cui hai scoperto che la tua amica del cuore l’aveva persa molto prima. Uguale. Ad opera dello stesso ragazzo. Uguale. Poi l’espressione di quando hai scoperto che c’era in giro il jpg di lingua-sanguinante-trapassata-da-siringa. Più o meno uguale. Poi finalmente lingua-sanguinante-trapassata-da-siringa. Meno uguale delle altre, senza ombra di dubbio meno uguale.
Da cane oltrepassante il fiume preferivo l’immagine di gatto-cecchino-spara-dalla-finestra, o quella di gatto-mani-in-alto-cristodiddio. Che almeno nessuno poi ti scherza se piangi quando fai vaccino, prelievino, anestesia per otturazione. Da cane scodinzolante preferivo le nokia-foto-ricordo tutte uguali, con sempre la stessa espressione. E lo stesso profilo: il migliore dei due che hai. La lunga sequenza di primi piani e un pezzo di seno, selezionati tra i dodicimila che hai scattato in quei pomeriggi in cui non avevi un cazzo da fare. Cambiavano solo lo sfondo e il vestito.
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