[THE CANE CROSSING RIVER]
PARTE UNO

Le istruzioni di T.C.C.R.
The Cane Crossing River è la mia peggior rubrica. Esce una volta a settimana, nella notte tra il martedì e il mercoledì. A partire da domani, quindi.
The Cane Crossing River vuol dire Il Cane Attraversante Il Fiume. Non si sa che Cane, non si sa che Fiume.
The Cane Crossing River, di tanto in tanto, verrà indicato con l'acronimo T.C.C.R.
Se non sai il significato della parola "acronimo" e/o se non ci arrivi, non puoi leggere The Cane Crossing River.
E comunque il Cane è stato visto attraversare il Fiume alle nove del mattino.
I
Ho messo i numeri romani perché c'è gente ignorante che non li sa e così si trova smarrita già in partenza.
Ogni volta che scrivo una nuova rubrica succedono due cose: un fiume di cazzoni viene a leggere e un fiume di cazzoni si mette a scrivere altre rubriche. Per questi motivi T.C.C.R. ha la doppia funzione di inibire la sterile curiosità dei decerebrati e di far passar loro la voglia di lanciarsi in qualsiasi infruttuoso tentativo di emulazione.
Era un giorno di aprile. Ed ero al fiume quando vidi un cane tuffarcisi ed attraversarlo. Stavo pensando agli affari miei ma l’immagine mi piacque e la fermai. Dovendo dare un nome a quell’immagine, The Cane Crossing River mi parve appropriato. Inesatto quindi affascinante.
Il problema del cane che deve attraversare il fiume non mi è alieno affatto. E sulle prime mi parrebbe interessante spiegare di come il cane che attraversa il fiume non sappia cos’è un fiume, ossia che è una cosa che inizia in un posto, finisce in un posto, scorre in un verso, e di come mi capiti di attraversare cose senza stare a chiedermi dove inizino, dove finiscano, in che verso scorrano. Cioè di come io e Cane spesso siamo una cosa sola. Ma queste sono puttanate regolarmente dipanate altrove. In altre rubriche, intendo.
Dunque il punto non è su Cane e Fiume, ma su come lo dici. Perché se avessi chiamato la rubrica Il Cane Attraversa Il Fiume non se la sarebbe annotata nessuno. Per esempio ho già scritto quattro paragrafi di vuote cazzate e siete ancora lì a leggere. Non ho detto nulla ma l’ho detto bene. E questo [fino a prova contraria] fa. Questo dovrebbe inoltre estirpare il desiderio di emulazione in tutti quelli che non sanno scrivere bene, pur avendo [per assurdo] cose interessanti da dire.
Argomento della settimana. Gli anziani passano davanti quando c’è la fila. Fanno finta di essere anziani e ti passano davanti. Sono talmente figli di puttana che ti fanno anche sentire in colpa se glielo fai notare. Talmente figli di puttana che mi chiedo se anch’io sarò così sfacciatamente figlio di puttana quando sarò anziano. Ora capisco perché il rock celebra i suoi figli soprattutto se morti giovani: sono morti prima di perdere il concetto del fare la fila.
Ho pensato tante volte a quale potesse essere la frase più offensiva da dire all’anziano che ti passa davanti quando fai la fila. La frase più imbarazzante, mortificante, definitiva. Ne ho provate alcune, ma loro sono più bravi. Non solo fanno finta di essere anziani, ma ci buttano in mezzo la guerra, la salute, il rispetto e la guerra. Due guerre, prima e seconda.
Oggi stavamo aspettando che si liberasse un tavolino per sederci e ordinare gli spaghetti gelato. In quindici minuti che siam rimasti lì ad aspettare almeno dieci anziani, facendo finta di fare gli anziani, di loro iniziativa giravano per il locale minacciando telepaticamente gli avventori accomodati. Noi eravamo lì, fermi ad attendere. Gli anziani spaziavano. Arrivavano in gruppi organizzati di quattro o cinque e, arrogantemente, spaziavano. Prendevano le misure, lanciavano le maledizioni. Si vedeva benissimo dalle labbra che tremavano. Maledizioni terribili e terribilmente efficaci. Insomma spaziavano ignorando che noi eravamo lì ad aspettare da quindici minuti.
Nella mia mente passavano tutte le frasi con cui di lì a poco li avrei aggrediti. Dalla più educatamente spiazzante a quella più lesiva. Ho anche pensato che oggi era il 25 aprile, e con la scusa dell’esser stato partigiano qualsiasi cazzo di anziano avrebbe potuto raccogliere in un istante il consenso violento di un risicato 50-virgola-qualcosino-percento dei clienti della gelateria. Non conviene. Va bene, lasciamo perdere. Mi limiterò a dire “scusi”, tanto l’anziano farà finta di essere un anziano sordo, non sentirà, prenderà posto e quando io andrò lì a incalzarlo sarà già bello comodo, col culo piazzato sul similpelle e i gomiti ben piantati sul suo-ormai-suo similmarmo e l’idea sempre più corposa di un bel gelato che gli si insinua in vena alla faccia del diabete bastardo. Gli toccherò una spalla e sorridendo proverò a spiegare, ma lui – al quindicesimo tocco – si guarderà intorno spaesato, chiederà in piemontese alla moglie cosa voglio da lui, da loro, e finalmente uscirà con una delle solite frasi. Ed a quel punto io molto probabilmente non oserò staccargli la dentiera, appoggiarla sul tavolo e spaccargliela in due col portatovagliolinidicarta di metallo. Non oserò perché ho rispetto per gli anziani. Anche se a volte se ne approfittano e dio cristo va detto.
Non faccio in tempo ad odiare gli anziani, che subito due ragazze che anziane non sono affatto cercano anche loro di fotterci il posto che nel frattempo si sta liberando. Cerchiamo l’occhiata d’intesa con la coppia che si sta alzando e con un paio di falsi sorrisi ci garantiamo la successione. Dico anche “grazie” con voce smodata per far capire bene le cose. Una linea invisibile ma visibile a tutti, in tutto il locale, forma un insieme in cui ci siamo io, lei-che-è-con-me e il tavolo che si è liberato. E’ un insieme chiuso, e son cose che si fanno alle elementari quindi nessuno faccia il gesto di aprirlo dicendo che non lo sapeva, perché oltretutto la linea invisibile è fatta di lame di rasoio che recidono ogni iniziativa disonesta, ogni arto, ogni dito. Sia carne tenera o meno tenera. E davvero: nessun anziano venga a dire che ai suoi tempi non si faceva insiemistica ma solo tabelline. Non ci si provi.
Lei-che-è-con me ha detto che comunque quando ci siamo seduti le due ragazze giovani sembra abbiano avuto da ridire. Io le dico che a questo punto mangeremo il gelato molto lentamente, per farle soffrire. Ma subito mi sento in colpa, sporco, ladro e figlio di mignotta. E decidiamo che lo mangeremo alla velocità di sempre, perché qualcuno che dà il buon esempio ci vuole e ci vorrà sempre.
II
Non posso scrivere molto perché mi bruciano gli occhi, avendo io usato un prodotto per pulire il cruscotto che – appunto – mi fa bruciare gli occhi.
Perché pulisco la macchina? Perché vorrei comprarne una nuova. E non posso. Così pulire quella vecchia sembra che mi aiuti a stare meglio. Sembra mi porti ad affezionarmi a ciò che in realtà vorrei [far] demolire. Ma devo aver esagerato col prodotto per il cruscotto. Cristo. Credevo che certe stronzate le testassero sui conigli prima di metterle sul mercato. In effetti – però – i conigli non guidano.
Al di là del fatto che pulire compulsivamente la macchina mi aiuta a smettere di desiderare di cambiarla, continuo a desiderare un’automobile nuova.
Sono andato nel sito www.porsche.it a configurare la mia Porsche, tanto per provare. Se qualcuno crede che iniziare con una Porsche non sia indice di modestia, lo avverto che prima sono passato in quello della Fiat, dove ho disegnato la mia-solo-mia Grande Punto 1900 JTD [da 130 cavalli]. Se qualcuno crede che il 1900 JTD non sia sintomo di parsimonia, può andare a leggersi la rubrica di TuffinaBLU.
Nonostante il mio amico sostenga che la Porsche Boxter [modello base della casa] sia il modello per quelli-che-non-possono, sono partito da lì. L’ho disegnata molto bella, molto fine, con tutti le cosine a posto compresi i freni in ceramica da oltre settemila euro. Ho messo un impianto hi-fi della madonna, ed ho immaginato la scena in cui io e il coniglio che ha scampato i test del prodotto per i cruscotti filiamo a velocità da ergastolo su un’autostrada sei corsie [per senso di marcia] superando all’americana [destra-sinistra indistintamente], parlando di figa e ascoltando a palla una canzone degli Aerosmith. Che ho immaginato essere Seasons of Wither. Perché ok parliamo di figa ma restiamo comunque due esseri sensibili. Poi improvvisamente un cretino ci taglia la strada e allora è lì che capisco che ho fatto bene a mettere oltre settemila euro nei cazzo di freni, e infatti salvo il culo mio e il culo del coniglio, e lui – riconoscente – si gira e mi strizza l’occhio. E poi riprende a parlare di figa come se nulla fosse accaduto. E infatti nulla mai accadrà.
In un’altra visione mi sono ritrovato in una sorta di déjà vu. Praticamente era il video di Ironic, ma al posto di esserci quattro Alanis c’erano due me. Non quattro perché la Porsche Boxter ha due posti. E fra l’altro [ditelo in giro] si pronuncia “porsce”, con tutta la “e”. Tutta quanta. E comunque io sono sia pilota sia passeggero e non parliamo per nulla di figa ma di Spinoza. Nel senso che non sappiamo nulla di Spinoza ma siamo entrambi concordi su quanto sia fico il nome “Spinoza” in sé e per sé. Improvvisamente un coniglio a bordo di una Renault ci taglia la strada ma grazie ai freni in ceramica ci salviamo entrambi e ci sentiamo finalmente soddisfatti di aver messo tremilacinquecento euro a testa per questo benedetto optional. E poi io passeggero dico a me pilota che parlando di nomi belli anche Nan Goldin è molto bello. Io che piloto osservo che non so proprio chi sia questo Nan Goldin, ma l’alter ego mi risponde che è una, non uno. Pignolo del cazzo. Va bene. Sono ignorante. Una parte di me è ignorante. Sono parzialmente ignorante. Anzi sono un ignorante del cazzo. Tiro il freno a mano tanto che lo strappo. Testacoda. Spazio senza controllo su tutte le sei corsie fino a che mi schianto. Esplodiamo. Io scemo e io furbo esplodiamo.
Ho messo – nel car configurator – l’aggeggino vicino allo specchietto retrovisore che memorizza il segnale del telecomando per aprire il cancello automatico. Subito dopo è sorta la necessità di acquistare altre due case, perché altrimenti l’aggeggio sarebbe per due terzi inutile.
Nella terza ed ultima visione sono sul mio Boxter con Natalie Imbruglia, che però oggi mi ha già rotto il cazzo. Da due ore le sto chiedendo in quale delle mie tre case vuole cenare. Lei dice che non sa. Non si decide. Continuo a girare senza una meta aspettando che la signorina decida. Shiver il cazzo, shiver. Dopo un’altra mezz’ora estraggo dal lettore il suo cd e me lo appoggio di taglio sulla fronte. Con una mano lo fletto fino a che si spacca in due. E mi apro la pelle. Lei si mette a piangere come fa di solito e mentre sto per prenderla per un orecchio e farle male, un coniglio a bordo di una Boxter S mi sorpassa. La Boxter S è come la mia, ma meglio. Il coniglio chiude il sorpasso tagliandomi la strada. Mi prende oltretutto per il culo accendendo il retronebbia per tre lunghissimi secondi. Non ci vedo più, vuoi per il sangue che mi cola dalla fronte, vuoi per l’onta, vuoi per il retronebbia. Dico a Natalie di mettersi la cintura. Parto dietro al coniglio. Che è S. Più veloce. Mi lascia lì.
Poi Natalie dice che ha deciso, e che le va benissimo la mia casa numero tre. Allora scusami per l’orecchio, scusami davvero. E lei dice ok. Ma solo perché hai i freni in ceramica, dice.
III
La verità – la vera verità – è che non ho alcuna voglia di scrivere. Oggi, intendo. Per cui sarebbe opportuno che io vi consigliassi di dirigervi direttamente verso la rubrica di TuffinaBLU [già da me citata nello scorso numero] [romano]. Anche se voglio precisare che io non ho nulla contro TuffinaBLU e meno ancora contro la sua rubrica. Che – tra l’altro – non ho mai letto. E’ un nickname preso a caso tra i vari in cui mi imbatto, ok?
In settimana un lettore mi ha comunicato che la mia rubrica non ha più lo smalto delle precedenti. E da questo ha desunto che probabilmente verso in gravi problemi. Dire che non me ne frega un cazzo di cosa la gente possa pensare della mia rubrica sarebbe una bugia. Perché se nulla mi fregasse scriverei sul mio diario segreto. Invece scrivo un su diario palese, perché ci tengo. A palesarlo. Ma che dalle puttanate che scrivo la gente [la gente] possa desumere un qualcosa mi pare fantascienza marziana.
Ed ora – oltre ad essere stanco – vivo nel terrore di scrivere cose che diano da pensare alla gente, e nel terrore che la gente di conseguenza si preoccupi per me e ce la metta tutta per aiutarmi ad uscire da che cosa non lo so ma loro sì. E magari poi mi viene da pensare che abbiano ragione loro. Non so nemmeno più come punteggiare. Quanti punti interrogativi mettere. Se mettere i puntini di sospensione. Cosa cambia se ne metto tre oppure due. Due. Panico.
Comunque io a quel lettore ho comunicato che “questo è il mio prodotto per cuneo2night”, risposta che ritengo esaustiva. Che poi – a parte i soliti vermi – chi mi legge è tutta brava gente, che tendenzialmente stimo.
L’argomento di questa sera era “il recente guasto che ho subìto all’autovettura”. Vi avrei spiegato che avevo da tre mesi la spia-che-indica-che-uno-stop-è-bruciato accesa, e che invece di andare dall’elettrauto ho deciso che l’avrei cambiata io, la lampadina, e infatti sono andato a comprarmela e l’ho pagata solo un euro e dieci centesimi e l’ho sostituita rapidamente ed ho pensato tra me “se ne vada in culo l’elettrauto” e poi di già che c’ero ho notato che la vernice arancione sulle lampadine delle frecce posteriori non era più brillante e aggressiva come un tempo, anzi si stava staccando, ed ho pensato di andare a comprarmi due lampadine per le frecce posteriori, che tanto male che potesse andare costavano il doppio di quella dello stop [che non ha la vernicina], e infatti sono andato nello stesso negozio e le ho pagate solo due euro e qualcosa l’una, e quando sono tornato a casa in meno di cinque minuti le ho cambiate e poi ho premuto il tasto dell’emergenza e me ne son stato quindici minuti a guardare quanto cazzo fossero aggressive ora le frecce, e a pensare che da quel momento nessuno mi avrebbe più clacsonato sorpassandomi quando giro a destra perché effettivamente una freccia bianca smorta non si vede un cazzo, e allora sono andato a mangiare pensando se ne vada un’altra volta in culo l’elettrauto, anzi io ormai sono un elettrauto e posso cambiare tutte le luci auto che voglio senza scazzi e senza sudori, e quando la sera sono sceso ed ho preso la macchina mi sono accorto che le luci di posizione ante e poste erano fottute, e allora ho smontato i fari [tanto lo sapevo fare perché sono elettrauto], ho smanettato un po’, non ci ho ricavato un cazzo e così ho deciso che non sono molto elettrauto e sono andato dall’elettrauto vero che me l’ha tenuta tre giorni per cambiarmi un pezzo e gli ho dovuto dare trecento euro, per cui alla fine me la sono presa nel culo io.
Argomento che però tratterò una delle prossime volte.
Non voglio messaggi di supporto per i trecento euro andati. Se qualcuno me ne manda uno, giuro che faccio un’uscita extra della rubrica dove scrivo i nickname di tutti gli utenti di c2n che si è scopato/a nei periodi di bassa, quando gli andava bene tutto. E dico anche dove. E se è frocio lo dico.
Inconvenienti a parte, dal prossimo numero nella mia rubrica metterò frasi tratte da testi di canzoni. Canzoni che – ovviamente – mi hanno particolarmente colpito. Ho pensato che può essere un’idea originale, anche se forse dopo averlo detto qui un sacco di gente la copierà.
Infine, poiché ogni giornale che si rispetti ha non solo un inserto [minimo uno] ma anche un concorso, vi comunico che tra i lettori più assidui – a parte i vermi – uno verrà scelto e potrà assistere con me al fianco ad una partita dei mondiali. A casa mia, intendo. Non solo vedrà la partita, ma potrà interagire con i miei amici, interagire col mio cane, bere e cibarsi [con parsimonia] e imprecare tre volte per tempo regolamentare. La persona scelta è comunque OBBLIGATA a venire a vedere la partita.
Detto questo me ne vado.
IV
Mi sono d’improvviso svegliato in un’Italia post-garantista, dove anche i ragazzetti idioti e i trentenni-tardo-adolescenziali - che col loro fumo e con la loro coca [rispettivamente] finanziano le mafie ma se glielo dici ti danno del fascista - si mettono ad alzare la voce per condannare la Juventus. Che è la mia squadra da sempre.
Quando son sceso in centro città, domenica, c’era un qualcosa che definirei surreale se surreale non fosse la parola che tutti hanno usato per parlare di ciò. Ho portato la macchina fotografica per scattare un po’, ma quando ho messo a fuoco il fronte del corteo che veniva verso di me ho rimesso il tappo sull’obiettivo.
Terroni [*] e magrebini [**] disordinati e sozzi, sguaiati e scomposti, marciavano avviluppati nei colori che per me sono – non so – sacri? Sì, dico sacri. Che se avesse vinto qualsiasi altra squadra sarebbero stati comunque lì, solo con altri colori. Comunque lì, a fermare il traffico, a sentirsi belli perché per una volta invece di fare lo struscio sotto i portici si può pestare la linea di mezzeria e alzare il dito medio agli sbirri.
Non ho scattato. Ed è stato un peccato perché se l’avessi fatto, se l’avessi fatto proprio in quell’istante in cui mi è salita la nausea, avrei fermato a mezz’aria il motorino di quel ragazzo col la pelle color zingaro. Proprio mentre motorino e ragazzo volavano dopo l’urto con l’Audi di quel povero cristo che ha avuto la sfortuna di dimenticarsi che non era giorno per passare in corso Nizza.
Il motorino stava superando a manetta tutte le macchine incolonnate su due corsie. E non ha visto l’Audi arrivare da una via laterale. E’ bastata una toccatina col paraurti ed è successo ciò che non ho saputo fotografare. Quando ragazzo e motorino sono atterrati, lui ha provato a rialzarsi. La sua unica preoccupazione era quella di rimediare alla figura di merda. Ha sorriso, si è alzato in piedi ed ha portato le mani al cielo. Poi la gamba non lo teneva su, e si è accasciato.
E oggi, ripensandoci, ripensavo a tutte le volte che ho fatto buon viso a cattivo gioco. A tutte le volte che dopo la botta mi sono rialzato ridendo e ho portato le braccia al cielo. Ecco, tutte quelle volte poi è finita che le gambe non hanno retto e qualcuno ha dovuto chiamare l’ambulanza. Più spesso me la sono chiamata da solo.
Il signore dell’Audi era giustamente scazzato. Da come è sceso dall’auto mi pareva quasi che l’avesse fatto per avvicinarsi al ragazzo e dargli il colpo di grazia con una revolverata in fronte. Invece gli ha chiamato l’ambulanza. Nel frattempo sono apparsi dei personaggi strani. Uno, che aveva al collo una macchina fotografica seria e che forse era lì come me, per fotografare, è andato subito ad accertarsi delle condizioni del ferito. E prima di chiamare il 113 ha pensavo di fargli un paio di foto. E’ arrivato poi un essere surreale che ha preso in mano la situazione e si è messo a dirigere il traffico. E poi sono arrivati i carabinieri, i vigili urbani, e ultima l’ambulanza.
E quando l’ambulanza ha aperto il portellone, è accaduto che il corteo dello scudetto passasse proprio lì, dove c’era bisogno di spazio. Si è dovuto farlo deviare, ma questo non prima che partisse un applauso di solidarietà per il martire della situazione. Ovvero un coglione che faceva le sgommate col [suo, ma non è detto] fifty.
E oggi, ripensandoci, ripensavo a come ogni volta che ti spezzi le ossa per quanto sei coglione faccia sempre comodo un applauso idiota e finto. Sì, a come comunque faccia sempre comodo, quando hai il culo sull’asfalto.
L’unico pensiero che si concatena a tutte queste cose, per una strana ragione che io assolutamente ignoro, è il seguente: me ne sto nella mia stanza, seduto alla vecchia scrivania marrone chiaro che allora se ne stava di fianco alla finestra, e gioco a Outrun [risoluzione VGA] sul mio Olivetti PCS 286. Devo dire per completezza che ho nelle orecchie le cuffie del walkman, e la cassetta è The Immaculate Collection, di Madonna, e sto ascoltando Justify My Love.
Davvero non so cosa c’entri.
Però in fondo lo so. E’ un meccanismo che ora ti spiego: a questo lungo interminabile periodo di confusione contrappongo scene di quando ancora sapevo cosa volevo. E cioè volevo arrivare al fondo di Outrun. E voler arrivare al fondo di Outrun era un obiettivo per nulla svilente, forse addirittura qualificante. Che ti faceva andare a nanna con l’anima colma di soddisfazione. E’ un meccanismo di autodifesa.
Era il periodo in cui finire Outrun era ancora più importante dei soldi e delle mille-e-una tecniche per procacciarsi la vagina. Periodo in cui mai avrei accettato di essere sfruttato, mai avrei accettato di lavorare gratis. Periodo in cui mai avrei detto che la mia squadra sarebbe finita in quel vortice lì.
Ho cose belle ed ho cose brutte che cercano di mettere a soqquadro le cose belle. Ho eventi immondi che non dipendono da me. Ho risultati che dovrebbero arrivare, perché da me dipendono, e invece non arrivano mai per colpa degli altri. Ho che soqquadro si scrive con due “q”, e la cosa mi affascina.
[*] Il termine “terrone” non vuole avere connotazione geografica, ma indica una categoria trasversale che prescinde da origini e luogo di nascita.
[**] Il termine “magrebino” ha piena connotazione geografica.
V
Questa sera, non avendo voglia di scrivere, mi limiterò ad alcune considerazioni.
L’album “Auf Der Maur” di Melissa Auf Der Maur è molto bello. Fino ad oggi mi sono limitato ad ascoltare la traccia due [Followed the waves] e la traccia tre [Real a lie]. Ma oggi per pura pigrizia ho lasciato andare avanti le tracce e devo ammettere che anche la quattro e la cinque sono molto interessanti. Interessanti, come dicono quelli per i quali dire “bello” è troppo banale, cristo di dio. Finita la traccia cinque sono arrivato dove dovevo arrivare ed ho spento l’i-pod. Sono passate alcune ore ed io mi sto chiedendo quanto tempo dovrà passare prima che la mia pigrizia buona – ben distinta dalla mia pigrizia cattiva – mi porti ad ascoltare le tracce sei e sette. Sembra una domanda del cazzo, ma non ci sono parametri per decidere se è più del cazzo di tante altre che ci si pone vivendo.
Per esempio mi chiedo anche cosa costerebbe essere più gentile al personale di quella bella [interessante] libreria in cui sono entrato stamattina. Ho fatto un giretto, poi mi sono lanciato verso la cassa ed ho chiesto se per caso avevano questo libro. Ho diligentemente passato alla signora un post it con su scritto “Nel territorio del diavolo – Flannery O’Connor” e la signora, dopo aver consultato il computer, e continuando a guardare lo schermo e non me, ha detto “Non l’abbiamo più, bisogna prenotarlo”. Con un fare odioso. Come se fosse un problema. Un cazzo di problema fastidioso e imprevedibile. Un fare odiosissimo. Allora le ho chiesto “Sarebbe possibile?”, ed ho pensato che se uno come me fosse stato dall’altro lato del banco al posto della signora mi avrebbe dato uno schiaffo, perché il mio “Sarebbe possibile?” sapeva molto poco di “Dunque per cortesia potrebbe prenotarlo?” e molto di “Ma dai? Se non l’avete qui bisogna prenotarlo? Io pensavo di dover prendere la guida del telefono, fare dei numeri a caso e chiedere ai vari abbonati se qualcuno di loro per caso l’ha letto, e una volta trovatone uno convicerlo a raccontarmelo mentre io prendo appunti”. Comunque dopo il mio “Sarebbe possibile?” la signora, sempre fissando lo schermo del computer, dopo qualche secondo ha detto “Prossima settimana”, e poi fissando già il cliente successivo mi ha passato il post-it con la stessa grazia con cui avrebbe potuto passarmi un topo marcio. Io ho detto “Arrivederci” ed ho pensato che se entro due secondi non avessi sentito un “Arrivederci” di risposta poco mi sarebbe costato buttargli giù uno scaffale, tanto per fare. “Arrivederci” è arrivato, appena in tempo. L’ha detto un’altra signora, quella dell’altra cassa, ma ho voluto chiudere un occhio. La prossima settimana tornerò a prendere il libro, e mi spiacerà moltissimo lasciare i miei euro nella loro cassa. Forse, per vendicarmi, comprerò il libro ma non lo leggerò mai. Fanculo.
Ora mi sento anche in colpa per aver rubato la battuta a Petrolini, che diceva di aver fatto uno scherzo alle FF.SS.: aveva comprato un biglietto di andata e ritorno e poi non era tornato. Questa battuta mi ha sempre fatto ridere molto e non vedevo l’ora di copiarla. Personalizzandola per sentirmi meno disonesto. Sono felice, ora. Una soddisfazione grande così l’ho provata solo qualche anno fa. Ero uscito dal Meazza con nel cuore la gioia di vedere Vieri che sbaglia l’ultimo rigore, e nemmeno il fatto che la metropolitana fosse ormai off mi aveva impensierito più di tanto. Si piglia un taxi. Ma siamo cinque. Beh, si prendono due taxi. I primi due salgono sul primo taxi. Io e gli altri due saliamo su quello immediatamente dietro. “Dove vi porto?”, dice il tassista. “Segua quella macchina”, dico io. Mi viene la pelle d’oca ancora oggi. “Segua quella macchina”. Come nei film, come nei telefilm. Ma il tassista non ha un cazzo riso e si è preoccupato soltanto di seguire quella macchina.
Per parlare d’altro, al momento sono impegnato in Nord Africa, dove sto uccidendo molti soldati tedeschi. Ho perfezionato la mira e di molto. C’è stato un attimo in cui mi sono posto una domanda talmente new-age da farmi vomitare: ma i soldati tedeschi che muoiono nei videogiochi muoiono veramente? Voglio dire, e se il videogioco fosse un universo parallelo nel quale io interferisco seminando le fatidiche morte e distruzione? Non è forse opprtuno che, vera questa teoria, io mi faccia qualche scrupolo?
L’ultima considerazione che faccio prima di andare a letto è questa: i Faith No More, probabilmente mio gruppo preferito, sono stati tremendamente sottovalutati. La cosa mi secca molto. Così tanto che la pianto qui.