[L'IPOTESI ARTICOLATA]

 

Le californie

Ci sono californie più california di quella dove sto andando. Hollywoodiane vite in prima e seconda visione. O terza, quarta. O quinta o sesta. Vigneti succosi e poi, più in là, deserti bastardi da morir di sete. Surfisti leggeri (ma troppo leggeri) che loro no, loro non si bagnano mai. Cavalcano le onde degli altri, loro. Serpenti a sonagli bizzosi e coyote che piangono la notte. Città (ma dico "città") dimenticate da dio e da chissà chi altri. Strade trafficate e strade assolutamente deserte. Aerei, treni. macchinoni. E' tutto un bell'andare. Finocchi veri e finocchi finti. Mignotte vere e mignotte verissime. Dollaroni che piovono dal cielo. Storie improbabili di improbabili cacciatori di taglie. Sceriffi e carcerati. Esibizionisti (del cazzo). Promesse spazzate via dalla minima brezza. Sequoie che fanno a gara a chi è più alta. Terremoti che devono arrivare e perfortuna-purtroppo non arrivano mai. Miniere abbandonate, miniere mai trovate. Saliscendi e ponti.
Giampi, tu già sei in california, e manco lo sai. Cioè lo sai, lo sai, ma è meglio non saperlo. Le nuove religioni spuntano come funghi. Così come le guarigioni. E beauty farm. E personaggi palestrati. E artisti sofisticati. E tu non sai mai se ciò che ti dicono è vero davvero. Forse neanche ti va di saperlo. Forse neanche vorresti te lo dicessero. Ma parlano tutti, tutti raccontano tutto, a tutti succede tutto. A me - pensa - succede un tutto più tutto del tuo. E a lui un tutto che è più tutto del tuo e del mio messi insieme. Risolviamo tutto con una bella leccata di culo, dai. Con una bella bevuta-fumata-scopata. Ma bere-fumare-scopare costa. Costa? No, non costa. Io soldi non ne ho, perché non faccio un cazzo. E allora - con sommo rammarico - non posso bere-fumare-scopare. Ma posso sempre raccontare di bere-fumare-scopare, quello sì. Nessuno mi toglie il diritto di sminuirmi mentendo. Di mentire sminuendo. Te, o lui, o quello laggiù.
Tu lo conosci uno che sceglie? Io no. Io mica. Io conosco gente a cui le cose capitano, accadono, succedono. Gente che sceglie no. Che sceglie davvero, dico. In questa california nessuno sceglie nessuno. Le cose capitano, le persone capitano. Le disgrazie patinate durano tre giorni, poi diventano cose belle da raccontare. A chiunque.
Io l'ho cercato l'oro. Dove sapevo per certo che non ce n'era. Non perché non ce ne fosse più. Ma perché non ce n'era mai stato. Credici tu, alle leggende. Alle promesse. Al sesto senso del cazzo, che quello ti inganna. Madonna se ti inganna. Le miniere sono vuote. Le cose che luccicano sono finite. Mi sono spaccato le braccia a scavare, ci ho perso tempo. Finito lì se ne scava una più in là, poi più in là, poi più in là. E poi finisce la california e ne inizia un'altra, tutta da scavare.
In queste californie ci si riempie la pancia di schifezze americane. Però è sempre vuota. La riempi per finta. Io mangio il già-digerito degli altri. E digerisco ciò che mangiano. Nessuno digerisce ciò che ingoia. Nessuno mangia nel suo piatto. Nessuno espelle nel suo cesso. E' tutto scoordinato. La mia bile per il tuo boccone, preso dal vassoio del terzo commensale distratto dal profumo di cose buone che arriva dalla cucina. Dove il cuoco copia la ricetta del rivale del ristorante a fianco. Nel cesso del quale, Giampi, vomiterai ciò che mai hai assaporato. Povero quello - poi - che laverà i piatti. E' una proiezione sfasata di azioni. Mi prendo il bello della cosa e ti lascio il brutto della cosa. Così si fa.
Chi primo arriva meglio alloggia. Chi bastona per primo bastona due volte. Chi dorme non piglia pesci. Nella dittatura dei furbi, l'idiota soccombe. Allora passo - penso io - da idiota a furbo. E quando lo faccio, sale al potere il piagnone che subito punta il dito. E così scopro di essere in un mondo di tutti-buoni. Ed io son l'unico figlio di puttana. Accidenti. Quasi mi pento. Quasi mi regolo sul remissivo. Fatto. E tornano al potere i furbi, ed io ripasso sotto. Sono sempre dalla parte sbagliata. O forse è il potere, che lo è.
Californie variegate nella faccia spenta dell'idiota dalle seicento foto. Quello che ci addebita la figa che coglie. E come la coglie. E quanta ne coglie. E non ha mai vergogna. Io un po' lo ammiro, il cretino dalle seicento foto. perché è cretino e non lo sa. Che california, la sua. Dio, che california.
E chi l'ha vinta la corsa all'oro? Chi ci ha giocato pulito? Chi non l'avrebbe mai messa in culo all'amico? Conosco gente che si innamora in dodici secondi. Che al tredicesimo secondo è già lì che scrive odi mielose. Ed al quattordicesimo fa professioni pubbliche. Al quindicesimo soffre. Al sedicesimo si dispera. Al diciassettesimo si è già buttato su un'altra figa. Gente per la quale luccica solo ciò che gli passa per le mani. E nelle mani degli altri non luccica niente. Che california, signori.
Banale come la california. Questa convivenza anale, dove è tutto un prendere e mettere proprio lì. Dagli amici mi guardi iddio. Di amici ne ho pochi. Ne voglio pochi. Nessuno vi ha chiesto dichiarazioni, nessuno vi ha chiesto niente. Coppi è un amico, cristo se è un amico. Coppi dice cosa pensa di me, lo dice chiaro, sempre. Coppi non ha paura di dirmi quando gli faccio paura. Eh ma Coppi no, Coppi non è da california. La california è per gli stronzi e le stronze.
Senti Giampi, io allora parto. Vado in California, quella vera. A fare un confronto. A fare un giro. A finire il mio mai completo respiro. Tu suona la batteria, che poi torno.

 

Asintoti e cowboys

Gli Stati Uniti sono belli. Questo è quanto. Ma anche stanotte ho sognato che era martedì mattina, e come ogni martedì mattina alla terza ora c’è matematica. Come ogni martedì mattina io mi presento alle otto meno cinque in classe e mi accorgo improvvisamente di essermi dimenticato ancora una volta che alla terza ora c’è matematica. E ciò è grave perché – uno – non ho fatto i compiti di matematica e – due – oggi tocca a me essere interrogato di matematica. Matematico.
Trattasi di sogno ricorrente, vi avverto. Nella variante di stanotte optavo per la soluzione A. Vale a dire, mi firmavo un permesso di uscita alla fine della seconda ora. Per i curiosi, la soluzione B consiste nell’uscire di corsa dalla classe prima che suoni la campanella della prima ora. Ma stanotte era soluzione B. In pratica, è da febbraio che salto tutte le ore di matematica, e ce n’è una sola a settimana: il martedì, alle 10.
Ogni tanto la professoressa mi telefona a casa e mi avverte che le lezioni sono sempre meno e lei non ha voti a sufficienza (anzi, proprio non ne ha) per fare la media finale. E allora mi dice che martedì prossimo, alla terza ora, devo esserci. Io le assicuro che ci sarò e che comunque sono in pari col programma e non deve preoccuparsi assolutamente di nulla. Mento.
Eppure ogni martedì, puntualmente, scappo. Che poi no, non è così vero. Una volta son rimasto. La prof mi ha chiamato alla lavagna e c’era già lì bella disegnata una funzione. Tutta da esaminare. L’aveva tracciata per bene, usando gessetti bianchi, rossi e blu. Mi son alzato, ho raggiunto il patibolo, ho preso il gessetto bianco con la mano tremante ed ho iniziato a scrivere cose a caso che molto probabilmente non erano le cose a caso che voleva sentirsi dire lei. Ma questo non l’ho mai saputo perché a metà interrogazione sono uscito dalla finestra e mi son trovato in un altro sogno del quale mi perdonerete se non ricordo nulla.
Questa notte in teoria dovrei aver paura di addormentarmi, perché so che serrerò gli occhi, alleggerirò i muscoli ed improvvisamente saranno le otto meno cinque del martedì mattina. Arriverà un anonimo compagno a dirmi che alla terza ora c’è mate, e me lo dirà con la faccia di quello che non ha fatto i compiti perché tanto non deve passare. Già, passo io. Così dalle otto meno quattro alle otto meno uno mi passeranno davanti agli occhi tutte le cose che ho fatto invece di fare i compiti di matematica.
Sì, questo bastardissimo sogno ricorrente è un sogno cumulativo. I miei compagni di scuola onirici stanno effettivamente andando avanti col programma. Io, invece, sono sempre fermo alla copertina del libro. La prof – che è comunque molto indulgente e, cosa strana, non ha volto ma solo occhiali – diventa sempre più pressante. Il libretto delle giustificazioni e dei permessi diventa sempre più sottile. La pagella è sempre più vicina. Il sogno si evolve, la paura aumenta, la sudorazione anche. La federa è fradicia.
Io ho ben presente – e parlo di quando sono cosciente – la sensazione di vuoto totale, di smarrimento, di odio verso me stesso, di impotenza, di vigliaccheria, di schifo, di merda, di vomito, di calci nello stomaco, che provo tra le otto meno quattro e le otto meno uno del martedì mattina. Ho altrettanto ben presente quel sollievo pavido di quando esco dalla scuola appena prima dell’appello, o grazie al permessino autarchico. E ragazzi, c’è sempre un cazzo di sole stupendo ad illuminare la via del coniglio in fuga. E no e no che non vorrei essere premiato nemmeno dal sole. E no e no.
Probabilmente se ora mi corico e per disgrazia cedo, nel giro di quindici minuti mi toccherà optare per la soluzione A oppure per la B. O per le altre varianti a sorpresa covate dal mio inconscio malato. Che portano comunque e sempre alla sensazione di smarrimento-odio-schifo-merda di cui parlavo prima. Pur con il sole, ovviamente. Quindi non ho per nulla voglia di addormentarmi.
La cosa assurda, veramente assurda, è che sto cercando di spendere parte della mia vita reale per prepararmi alla vita onirica. Oggi pomeriggio ho cercato nello sgabuzzino il mio vecchio libro di matematica, perché ho pensato di metterlo di fianco al letto. O magari di darci una letturina prima di andare a nanna. N o n s t o s c h e r z a n d o. Ma non l’ho trovato, cristo santo.
In un successivo momento di cazzeggio ho provato a fare un ripassino veloce: mi ricordo ancora gli asintoti, i limiti, i sistemi (anche a tre equazioni), poi che meno per meno fa più, che qualsiasi cosa elevata zero fa uno e altre robe del genere. In un istante di ottimale funzionamento del cervello mi son anche ricordato l’equazione di una retta generica non passante per l’origine degli assi, ve lo giuro morissi ora.
E quindi, a dire il vero, se per caso stanotte mi ritroverò nel sogno a cui sono abbonato, un pochino mi sentirò preparato e probabilmente non abbandonerò l’aula.
Ma da sano, da veramente sano, ho parlato di questo sogno ad un cowboy che conosco io, uno di quelli con le palle con gli spigoli. Il cowboy, senza mollare le redini del cavallo, mi ha detto che questo sogno, fatta la tesi, passerà. Il cowboy mi ha tranquillizzato. Credo, dunque, che nella vita di ognuno ci voglia un cowboy, ma di quelli con le palle con gli spigoli. E se non nasci cowboy, cerca almeno di trovarne uno. Mèritatelo.
Sebbene io possa sembrare malato nel momento in cui dico questa lista-di-cose-che-apparentemente-potrebbero-sembrare-stronzate, e sebbene ci voglia un grande sforzo mentale a cogliere l’inesistente collegamento tra un asintoto e un cowboy, vi garantisco che trovare un cowboy è una benedizione del cielo. Trovare un asintoto, invece, è solo un errore in meno sul compito di matematica.
E’ la figura del cowboy quella che manca in questo disordinatissimo mondo. Che arriva e dice sette parole e ti tranquillizza, senza manco metter mano alla pistola. Senza manco scendere da cavallo. E poi credo sia l’ora dell’impiccagione di tutta una serie di soggetti. Credo sia l’ora di una settimana dove non sono mai le dieci del martedì mattina. Credo sia l’ora di arrivare al fondo del libretto delle giustificazioni. L’ora di non rispondere più al telefono, perché tanto già lo sai che è la prof di matematica che ti scassa il cazzo. Credo sia l’ora di far finta che non ci sia il sole quando hai fatto il birbante. Credo sia l’ora di dare un pugno in faccia all’anonimo compagno di scuola che ti ricorda che oggi ti interrogano di mate. Te, non lui. E se qualcuno ti corregge il “te” mandalo affanculo.

 

Knorr

Fatelo. Comprate il brodo granulare Knorr. Gusto che preferite. Ho qui quello classico. Senza grassi aggiunti, dice. Togliete il tappo. Strappate via la linguetta di alluminio che garantisce la freschezza del prodotto. Leccate il dito indice e infilatelo nel barattolo. Poi tiratelo fuori e infilatevelo in bocca. Solo a quel punto conoscerete appieno la mia visione del mondo. Ossia il mondo è una succhiata digitale di brodo granulare Knorr: botta di sapore anonimo ma concentrato, alla lunga stancante e potenzialmente dannoso per la salute.
Signor Knorr, sminuzzare e concentrare le cose è deleterio. La smetta immediatamente, glielo intimo. Io mi son rotto il cazzo dei gusti omologati. Classico. Ma che cazzo vuol dire classico? E poi pollo. E poi pesce. E poi manzo. E vegetale. Tanto per variegare fintamente il piattume. Signor Knorr la smetta entro subito, entro adesso.
Poi sai cosa succede? Che a parlare per metafore, a fare l’ironico, a far l’analisi delle cose strambe e inosservate mi sento un coglione new-age e mi incazzo il doppio, quindi la smetto io. Immediatamente. Sembro un film francese, oh come sembro un film francese. Dove c’è il tipo che colleziona foto di impronte lasciate per errore o meno nel cemento fresco. A me spiace un casino per quel ragazzo che c’ha la locandina del film nell’album, ma il mondo non è un posto dove collezionare impronte nel cemento. Domattina mi devo alzare alle sei per finire la tesi, che ho l’acqua alla gola. Questo perché nonostante tutto il tempo che avevo non ho fatto un cazzo. Ed ho l’acqua alla gola. Ma ditemelo, come facevo a fare tutte le cose se mi serviva un sacco di tempo per non fare assolutamente niente? Che poi… niente… Aspetta un secondo. Il mio “niente” è qualificante e fa curriculum più di un sacco di “tutto” che vedo attorno a me. Fa spessore. Masticalo, ‘sto niente. Vedrai che ti piace. Sta di fatto che la tesi è da fare, e così adesso – ma proprio adesso – metto la sveglia alle sei. Alle sei mi alzo e metto la sveglia alle sette. Ma alle sette mi alzo e faccio la tesi. Cioè, alle sette e cinque, perché nei primi cinque minuti mi chiedo: “Oh ma Daniele, ma cosa hai fatto in tutti questi mesi?”
Un cazzo. Un cazzo? Un cazzo no. Anche un cazzo. Ma non solo neh? Ho prodotto capitale umano. Dite sempre così: ho prodotto capitale umano. Fa figura.
Alle sette e cinque faccio la tesi. La mia tesi è divertente. Qualsiasi lobotomizzato la troverebbe divertente. Mercato dei capitali e imposizione. Che è uno dei dieci argomenti coi quali far colpo su una tipa, nel caso non lo sapeste. E loro ti dicono di far la tesi che qualifica. Che trasforma il “niente” in “tutto”. A me non sembra, ma ora so tutto sul mercato dei capitali e sull’imposizione fiscale. Vedilo vedilo, “Il laureato”. “Buttati sulla plastica”, dice. Lui si butta sulla mamma. Poi sulla figlia. Preferivo la mamma. Tutti preferiscono la mamma. Sono banale anche qui. Sono new-age. Mi odio. Mi spengo quattro ore.
Sempre che non mi capiti di nuovo il sogno ricorrente. Non so se l’avete letto, nemmeno lo pretendo. Comunque potrei chiudere gli occhi e svegliarmi il martedì mattina a scuola, alla terza ora. Ora di mate. Io interrogato. Incubo. Il “niente”. Il “niente” vigliacco.
Diciamo che domani farò la tesi tutto il giorno a meno che accada qualcosa di piacevolmente bello, che ogni tanto a dire il vero accade.
Quando la mattina mi sveglio, anche se non c’è, c’è “Spiderweb” dei No Doubt a tutto volume. Difficilmente guardo fuori per sapere che tempo fa. Knorr. Cazzo mi frega, è tutto Knorr. Oggi fa pollo. Domani fa pesce. Ieri faceva classico. I No Doubt, invece, non sono un cazzo Knorr. Meteorofreghista. Sono meteorofreghista, e questa parola l’ho inventata io, adesso, e me ne vanto un casino. Altro che “niente”, altro che curriculum sahariano. Inventala tu una parola, avvocato del cazzo.
C’è gente che dice che son tornato dalla California molto più cattivo. Ma andate affanculo. Sono tornato come prima, ma un po’ più abbronzato. Poi non lo so, nel raggio di dieci metri una persona mi ha detto che ero dimagrito ed una che ero ingrassato. Knorr. Faccio la media. Sono uguale. Ma più bastardo, dicono. Adesso non è che perché uno scrive cosa pensa (e cosa è vero, tra l’altro) in una rubrica, immediatamente diventa bastardo. Cioè signori, togliamoci dalla testa che dire le cose come stanno sia essere bastardi. Ochei ochei, è scomodo. Ma bastardo è un’altra cosa. Cioè tu, sì proprio tu, mi stai simpatico, credimi. Però sei un coglione e te lo dico. Ti dico anche che lo sei per questo, questo e quest’altro motivo. Sono obiettivo. Sei obiettivamente coglione. It’s not my fault. Probabilmente neanche tua, perché molti ci nascono, ci crescono, assimilano dall’habitat, restano segnati dagli scherzi dal destino o si trovano abbonati non si sa come a Famiglia Cristiana. Io non te ne faccio una colpa: sei simpaticamente coglione e te lo faccio presente, che mi sembra pure una cosa onesta.
Giusto perché si parla di coglioni, mi viene in mente che sono appena tornato dal giovedì di Cuneo2night. Davvero non so da dove origini questa associazione di idee, ma è accaduto. Comunque ho fregato il tipo del locale e voglio confessarlo e quindi espiare. Gli ho detto che dovevo uscire un attimo e che non avevo il tagliandino dell’avvenuta consumazione, ma gli ho promesso su mia madre che sarei tornato ed avrei consumato. Quell’uomo misericordioso si è fidato di me, ed io mi sento un verme perché no, non son rientrato. Ora non so se andare la prossima volta e consumare doppio o lasciargli i soldi sotto la serranda o fottermene. Ho pensato di fargli una chiamata anonima e chiedergli come son stati gli incassi della serata. A seconda della risposta, agirò. Resta il fatto che ho molto paura che accada una disgrazia a mia madre, che ho miserabilmente usato come ostaggio verbale per guadagnarmi la fiducia dell’omino. Tu metti che per disgrazia – dio me ne scampi – domani accada un incidente, anche piccolo, a mia madre. Accadrà inesorabilmente che io inizi a credere all’esistenza di un dio notaio e anche un po’ bookmaker che tiene conto di tutte le promesse fatte dai mortali. Knorr. Dio mi dice: “Tira i dadi e salva tua madre con un doppio sei”. Ed io non ho culo. E non sono audace, e la fortuna non mi sorride. Ed io dovrei tirare i dadi per l’incolumità di mia madre? No. Io dico no. Dio, no. Io sputtano i soldi di mia madre, ochei, ma non mi gioco la sua salute al casino. Dio dice: “Tira i dadi o te la strafulmino e ti mangi tutta la vita i quattro-salti-in-padella”. Findus. Io fotto dio: mia madre cucina male, mi sta benissimo. Dio, non metterla su questo piano perché l’argomento non è per nulla convincente. Allora dio dice: “Tira il dado o tua madre non firma più il permesso per uscire il martedì alla seconda ora, così ti becca di mate e ti se-ga-no”. No. Sono maggiorenne, me li firmo io. Nel sogno sono maggiorenne ed ho il pizzo. Dio dice: “Tira i dadi o non ti laurei”. Pfui. Rido. Dio dice: “Tira i dadi o nel giro di due settimane tutti i tuoi amici te lo piazzano al culo”. Rido. Ma RIDO. Gli dico che forse non è mai stato a Boves. Dice di no. Però a Fontanelle la Madonna c’è stata. Dice che non sa. Ma non dovrebbe sapere tutto? Poi dio dice: “Tira i dadi o ti faccio reincarnare in uno che ha una macchina gialla piena di peluches e ha seicentocinquanta foto patinate nell’album”. Dio mio no.
Agito. Alzo gli occhi al cielo. Libero. Sponda. Doppio sei. Mia madre è salva ma continuerò a mangiare malino per tutta la mia vita. Fino a che morte non ci separerà. Sento forte dentro di me il forte senso di colpa per non aver pagato la consuma al Moe’s. Aver vinto ai dadi con dio è stata una mediocre figata, ma non è stato sufficiente. Ma tanto domani è pollo. Dopodomani è pesce. A giugno, invece, è tutto classico. Tira i dadi, Knorr.

 

Riassumiti

Fai così. Svegliati la mattina. Neanche prestissimo, se puoi. 706 sul decoder e sei su Mtv Brand New. Imparati la musica dei giovani, di quelli avanti. Così poi magari durante una telefonata, un aperitivo, un viaggio in treno, ti puoi permettere di osare la citazione di “Home” degli Zero 7 e ci fai pure bella figura. Mentre passano i video non guardarli, ma bazzica con l’occhio nell’armadio e scegliti il look del giorno. Con cura. Poi produci. Ma a tratti annusa, osserva, comunica, messaggia, rispondi al telefono, guida, assapora, leggi, cogli, getta, scrivi, fai scorrere il mouse, spendi, assaggia, tasta, disserta. Mangia. Sì, mangia qualcosa di buono. Magari di sano, magari no. Mangia solo quello che ti piace. Poi il caffè. Ovviamente fuma, se fumi. Se non fumi, meglio così. Leggi per svago, guarda un programma stupido alla tv, che a quell’ora ce ne sono un mare. Se c’è il sole prendilo. Se c’è la pioggia prendila. Poi possibilmente torna a produrre. Mentre produci – occhio al trick – staccati con la mente e portala a fare qualcosa in qualsiasi posto che non sia quello dove produci. Porta a spasso il cervello, senza girello. Senza guinzaglio. Immagina, inventa fantasie, divertiti. Pausa caffè. Caffè. Bevi troppi caffè. Fa lo stesso. Poi sei libero. Sport, volendo. Cazzeggio, volendo. Anche shopping, volendo. Sempre con distacco, sempre osservando ciò che immagini che nessun altro veda. E come cazzo è che nessun altro vede? Lo vedono, lo vedono. Ragiona, filosofeggia, derazionalizza, smonta, semplifica, riduci ai minimi termini, poi vorticizza, perditi, sragiona, bestemmia. Poi calmati e accomodati al tavolo per la cena. Te l’eri comprato il cane? Ora portalo a pisciare. Se c’è il vento, prendilo. Se c’è la pioggia, impreca. Preleva il cento euro, ricarica il cellulino, metti la cacca nel sacchettino. Torna a casa. E se pioveva asciuga il cane. Ri-rilassati. Svestiti. Lavati. Ri-vestiti, cambiandoti. Balla per la stanza mentre lo fai. Con la grazia del non-visto. Con la foga dell’anticristo. Esci a spaccarti testa e tasche. Saluta chi vuoi. Litiga, se puoi. Pianifica vacanze. Bevi come minimo. Ma bevi senza sete. Senza rete. Fai la via crucis dei locali, cerca parcheggi possibilmente illegali. E quando hai voglia, quando ti sei rotto il cazzo, torna. E scrivi, scrivi, scrivi. Di quello che hai visto, di quello che vorresti. Di ciò che ti fa sboccare e di chi vorresti ammazzare. Scrivi fino a farti venir l’ulcera. Fino a consumarti le dita. Soddisfa i tuoi presunti lettori, fai incazzare i tuoi detrattori. Scrivi che sei bravo. Cerca di star male, cerca di strafare. Ricomponi il 706, metti il mute e fai la TAC a Melissa Auf Der Maur. Poi crolla. Alla faccia della strana insonnia. Da bravo coglione, da bravo dormiglione.
Insomma omologa la tua sublime astinenza. Rottamala per convenienza. Capovolgi il tuo niente: è un tutto mal indirizzato. Che finisce per frustrare te, il mittente.

[soundtrack: Ash, “Orpheus”]

 

Run

Se è raggiungibile non mi piace.
Se è irraggiungibile non ne sono capace.
Perseguire l’impossibile
è lo sballo del trentenne fallito.
Irraggiungibilità degli obiettivi
come easy scusa.
Come scelta precisa
per via della paura di raggiungere
davvero
qualcosa.

Ottenere fa paura.
Insistere sembra quasi dittatura.
Io non lotto per avere, temo di no.
Io lotto per lottare, per poterlo dire,
per potermi tranquillizzare
quando prendo sonno
senza voglia di dormire.

Inseguimenti stagionali, biennali, periodici.
Belli (poi) da raccontare.
Esplosioni emozionali innescate
per testare una parvenza di volontà.

Ma le cose a cui tengo,
da sole, si spengono.
O le spengo.

 

Elogio della varioncella

In una pista di fighe di gomma io elogio la varioncella che balla incurante di tutto e di tutti. Compresa se stessa. Cazzo, compresa se stessa. Io sto fermo ad osservare questo scempio assurdo, queste donne che a chiamarle donne mi vergogno, strette nei loro culettini e nelle loro certezze griffate. Acconciate di fresco, truccate di fino, che irradiano progesterone a ripetizione. Ragazze immagine di un negozio di pompe funebri, non ridono mai. O ridono troppo, e per cose sciocche. Io lo so, per cose sciocche. Io ho la presunzione di sapere che le cose di cui ridono, di cui parlano, son sciocche. Perché la mia presunzione ha un sesto senso che levati. Sai, quando passo col treno in quella città del cazzo leggo sempre “orgasmi mentali” spruzzato su un muro. Io so che esistono, questi orgasmi mentali. E so che con quelle succhiacazzi-col-bavaglino dovrei simularlo, l’orgasmo mentale. Ed è per questo che io, adesso, qui, elogio la varioncella.
A cinque metri da me le tre grazie del secolo attuale. Grazie per via di canoni che io non accetto, io non posso accettare. Ho la repulsione per ogni loro non-originale atteggiamento, lo schifo acuto per ogni loro segnale, il disgusto automatico nello starle a guardare. E prego dio che nessuna di loro tre mi sorprenda a guardare. Io non voglio che pensino che io son lì a raccogliere, ad elemosinare. Non voglio che pensino che sono il cane di Pavlov, sbavante, grondante. Che loro non sanno cosa sia, tra l’altro. Io non le voglio guardare. Dammi del frocio, avanti, dammi del frocio. Ma io non le voglio guardare, io non le voglio soddisfare nel loro essere puttane ottiche, puttane sensoriali. Fammele fissare giusto per maturare lo schifo. Che mi è necessario, e non sai quanto, per campare.
Dicevo, le tre grazie che ballano, socializzano, energizzano gli astanti, catturano l’attenzione dei passanti. Io sto lì e faccio scommesse sulla loro intelligenza. E mi sento merda, ma merda autorizzata. Valuto illegalmente, ma mi è indispensabile. Guardale lì, le ragazze di oggi, le madri del domani, le mammelle che allettano il presente e allattano il futuro. Latte avariato, caglio da vomito, veleno fino all’osso. Disgusto. Io elogio, dunque, la varioncella.
Che non è solo bella. Minuta, perfettamente imperfetta, con un muso che sa di qualcosa. Un muso scaltro, con innestato un sorriso che spunta quando serve. E quando non serve no. Con gli occhi che si muovono bene, attenti, affilati. La varioncella in jeans balla come sa, senza volgarità, senza vetrina olandese. Balla buffa perché le va. E questo potrebbe essere studiato, lo so, ma sarebbe comunque ben studiato. Ogni tanto mi dà quel profilo tagliato con l’accetta, ogni tanto mi frusta con lo sguardo che va oltre. Non si compiace di nulla. E’ lì, semplicemente lì e non altrove.
Rimbalzo tra lei e i tre manichini, gioco illecitamente al raffronto e non riesco a far altro. Non dovrebbero mai entrare in un locale pubblico, i malati come me. Perché poi si innesca, si innesca. La varioncella ha, sotto la maglietta, un normalissimo probabilmente scomodissimo reggiseno, senza titanio, senza complessità, senza effetti speciali. Bianco, classico, reggiseno demodé. Che traspare con orgoglio e sfida l’intima tecnologia baluardo delle vagine multitasking. Io non conosco la voce della varioncella. Non conosco il nome. E non mi interessano né l’una né l’altro. Sapere troppo sarebbe un rischio. Ti ho preso una foto ed ora sei l’icona, da me manipolata ai fini della mia rivoluzione. Contrapponiti inconsapevole al dominio dell’ormone, sii l’arma migliore del mio arsenale di sensibilizzazione.
Ammazzati di canne a tempo perso, urla slogan del cazzo contro la globalizzazione. Rifuggi le lezioni di ballo, il mascara iper-resistente e lo slippino performante. Io elogio la varioncella, simbolo del mio disprezzo per la facile erezione.


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