[FEBBRAIO CINESE]
PARTE TRE
XII
Sono affranto. Non avevo pensato che le rubriche possono essere lette anche da gente meschina che non fa il log in, le cui visite – quindi – non posso monitorare. Mi hanno fregato. Davvero fregato. Oltre alla solita trentina di persone che leggono, dunque, ce ne sono altre. Che magari odio. Orrore.
Ma in fondo, chissà quante banconote da cinquanta euro se ne stanno nascoste in luoghi impensabili. Infilate lì da malati tali e quali a me. Ma forse meno malati, perché non rendono pubblica la cosa.
Oggi ne ho nascosta un’altra, sai? L’ho fotocopiata, fronte e retro. Poi l’ho nascosta. Poi son corso a riprenderla, perché nel frattempo mi è venuta in mente una cosa. Ci ho scritto su “PERCHE’?”
Mi son sentito in dovere di dirlo al maresciallo. Mi ha dato del coglione. Mi ha detto che lui non si sente così incentivato a proseguire le indagini – e le sta proseguendo – se io sono così coglione da continuare a buttar via cinquanta euro. E’ un’esca per le indagini, ho detto. E’ un’esca per stocazzo, ha risposto.
Gli ho detto di non preoccuparsi. Che stavolta li ho nascosti accertandomi che nessuno mi avesse seguito, che nessuno stesse guardando. Non gli ho detto dove li ho messi, ma qui lo posso dire tanto il maresciallo non sa cosa sia un computer. Li ho arrotolati – un po’ come fanno i ragazzi ideali delle ragazzine che ballano sui tavoli, ma non per lo stesso scopo – attorno all’antenna che ho sul tettino della macchina. E poi ho dato un giro di nastro adesivo. Trasparente, che si vedano. Per chi sa guardare o ha tempo per farlo.
I cinquanta euro se ne verranno a spasso con me, ondeggianti, frustati dal vento, castigati dal gelo del mattino. Fottendosene dell’RDS.
Il lavoro di progettazione della cucina prosegue, e la padrona di casa è entusiasta. Il libro di Alessandra C invece è sempre fermo lì. Non ho il coraggio. Col cane non ho più giocato molto, ma non è colpa mia. E’ colpa di quei bambini del cazzo che fanno esplodere petardi in continuazione. Spaventando il cane. L’altro giorno sono uscito sul balcone e ne ho pinzati tre che facevano brillare il marciapiedi. Bambino – ho detto a quello con l’accendino in mano – volevo dirti di continuare pure a far esplodere i petardi, perché ora come ora mi spaventi il cane, e lo spaventi molto, ma io so che prima o poi te ne capita uno con la miccia corta e poi il cane lo consolo tirandogli il tuo dito mozzo. Lo mastica un po’, ma lo riporta. Il bambino con il dito mozzo c’è rimasto male. Quello con la faccia da scemo – essendo scemo – pensava a quel che avevo detto. Il terzo mi ha urlato figlio-di-puttana. Mese cinese: ci sta.
Facendo i conti, questo Natale mi è fruttato quattrocento euro. Quattrocento, infatti, sono gli euro che ho ricevuto dai parenti. I primi cinquanta sono arrotolati intorno all’antennina. Ne restano trecentocinquanta. Sette partite, in pratica. I miei parenti, inconsciamente, mi hanno regalato tutti biglietti da cinquanta. Stanno al gioco, mi favoriscono. E’ destino.
Continuo a fare i propositi per il 2006. Meteorologia l’ho detto. Riconoscere gli alberi l’ho detto. Vorrei andare per la terza volta negli Stati Uniti e lo dico adesso. Dico anche che vorrei rimettere a posto la mia automobile, e già domani la porterò a fare revisione e bollino blu. E poi vorrei rimettere a posto il mio corpo. Forse lo vorrei più del mettere a posto la macchina. Forse no. Insomma devo pensarci. Comunque ho un dente da far riparare e una spalla che mi fa un po’ male. Potrei curare tutto subito, ma non mi trovo forse nel bel mezzo del febbraio della sofferenza? In questo febbraio il dentista non è forse un lusso esagerato e pacchiano? Certo, potrei andare là e chiedergli di fare tutto senza anestesia, e questa è un’idea che ha qualcosa di affascinante, ma quale dentista si presterebbe a farmi da spalla nel mio passatempo masochista?
Eccoci al punto critico. Per un febbraio cinese che sia davvero tale necessito della collaborazione di altri soggetti. Fino a che questi soggetti sono inconsapevoli non c’è alcuna difficoltà [es.: persona ignara che rinviene i miei cinquanta euro e se ne appropria], ma è difficile reperirne di consapevoli [es.: odontoiatra che su mia richiesta non ricorra all’anestesia]. Ma questa è etica, e non vorrei annoiare.
XIV
Mi sono svegliato con una gamba fuori uso. Ma non è colpa del demonio, non viene a picchiarmi nel sonno. Mi sono svegliato così perché sono andato a letto così. Non te l’ho detto perché non avrei potuto. Finita la mia scorsa rubrica, alzandomi dalla sedia dopo aver spento il pc ho sentito un forte dolore dietro al ginocchio. Strappetto. E non te l’avrei detto neanche oggi, siccome odio il vittimismo e la pietas che ne consegue, ma la gamba fuori uso è stata al centro delle mie odierne avventure, che mi accingo a raccontare.
Dovevo portare la macchina alla revisione, ricordi? L’ho portata, alle nove esatte. Hanno fatto tutta la revisione ed io sono stato in ansia per trenta minuti. Non avevo il coraggio di guardare da dietro i vetri dell’ufficetto. Poi il tizio mi è venuto incontro e mi ha detto che era tutto ok. “E’ tutto ok, stronzo”, ha detto. Io “E’ tutto ok” l’ho capito, ma “stronzo” l’ho solo intuito, e dicendo a me stesso che avevo sicuramente capito male ho glissato. Avrà detto “E’ tutto ok, pronto”. Avrà detto senz’altro così.
Son saltato in macchina e – dopo una rapida sosta a casa – sono andato a lavorare-gratis. Ho fatto quel che mi han dato da fare e son tornato a casa [dopo aver mangiato due euro di farinata, lo confesso, anzi ne approfitto per dire che due euro per quel piccolo pezzo di farinata sono rubati e dovresti vergognarvi]. A metà vialetto un pensiero mi ha fatto tremare la pelle della schiena: ho lasciato cinquanta euro arrotolati intorno all’antenna dell’auto. Sono tornato all’auto col passo più spedito che la gamba malata potesse permettermi. Attorno all’antenna c’era il nulla.
Sono tornato all’officina dove avevo fatto la revisione poche ore prime. Glielo do io lo stronzo, pensavo. E guidavo. E poi ho pensato anche che non avevo nulla di che arrabbiarmi, perché me l’ero cercata. Eh no. Lui, in totale onestà, sarebbe dovuto venire da me con la banconota in mano e dirmi “ma pensi cosa ho trovato intorno al suo antennino”, invece s’è rubato i soldi. Non avrei fatto altrettanto, in quella situazione? Certo che sì, ma io lavoro gratis, ed ogni banconota da cinquanta che rinvengo è manna dal cielo. Certo, ma manna rubata. Fanculo, gliene dico due. Fanculo.
Entro in officina in modo selvaggio. Lo individuo e gli vado incontro. Gli chiedo se per caso avesse trovato qualcosa mentre revisionava accuratamente il mezzo. “Bravo. Sei intelligente”, mi dice. Gli faccio notare che lui invece e ladro, e che io rivoglio io i miei cinquanta euro. Lui si infila una mano nella tasca della salopette e tira fuori un post it con su scritto STRONZO. E dice che non è divertente nascondere dei post it con su scritto STRONZO in giro per l’auto solo per [uno] vedere se i meccanici fanno un lavoro accurato e [due] dirgli che sono stronzi.
Ci vuole un attimo per calmarlo. Ma quando ci riesco attacco con la spiegazione. Parto dal mese cinese, dalla storia delle privazioni, della sofferenza, delle mortificazioni. Di come mi diverta a nascondere banconote da cinquanta qua e là e di come – a questo punto sì – ci sia qualcuno che si prende gioco di me. E che durante la notte ho preso i cinquanta euro e li ha sostituiti con un post it con su scritto STRONZO. Laddove STRONZO era chiaramente indirizzato a me. A me e non a te, signor meccanico. Lo capisci?
Il meccanico è stato ben lieto di restituirmi il post it. Lo sottoporrò a perizia calligrafica, o più probabilmente lo sottoporrò al maresciallo. Proprio domani sera lui ed io avremo un piccolo briefing per capire a che punto sono le indagini. Il meccanico ha così tanto insistito che non me la sono sentita di non invitarlo. E’ curioso, ma d’altronde non lo siamo forse tutti?
Questo mistero mi sta distraendo dal mio febbraio di lacrime. Ed è per questo che spero di risolverlo velocemente, per levarmelo dalle balle e tornare a dedicarmi anima e corpo alla mia via crucis lungo la muraglia cinese.
XV
L’appuntamento era per le 21.30 al Bar degli Angeli. Parlo del briefing per vedere a che punto stanno le indagini sulla cosa delle banconote da cinquanta euro. Ci dovevo essere io, il maresciallo in pensione [che conduce le indagini] e il meccanico dell’officina dove ho fatto la revisione l’altro giorno. Te lo ricordi?
Alle 21.30 arrivo davanti al Bar degli Angeli, e il meccanico era già lì ad aspettarmi. Si capisce, è curioso. Chi non lo è, in fondo? Abbiamo deciso di aspettare il maresciallo davanti al bar, perché entrare già ci sembrava un po’ così. Mario [ho scoperto che si chiama Mario] ha iniziato a spiegarmi che la mia macchina ha passato la revisione per un pelo, perché gli scarichi erano proprio al limite. E cosa posso fare, dunque? Ha detto che lì può dipendere dalla sonda lambda. Sì, grazie al cazzo, io la sonda lambda l’ho cambiata nemmeno otto mesi fa. Ha detto che allora potrebbe trattarsi del catalizzatore, ed ha iniziato a spiegarmi cos’è il catalizzatore visto che deve avermi letto in faccia che non sapevo né cosa fosse né dove fosse.
Parla parla, ci siamo accorti che era passato un buon quarto d’ora. A entrambi è parso strano che un maresciallo in pensione fosse in ritardo. Per scrupolo abbiamo dato un’occhiata dentro il bar, nel caso lui non avesse pensato che entrare già fosse un po’ così. Nulla.
Io non ce l’ho, il numero di cellulare del maresciallo. Forse il maresciallo nemmeno ce l’ha un cellulare. Proviamo ad andargli incontro? Mario annuisce. Saliamo sulla mia macchina appena revisionata e accendo il motore. Mario lo ascolta con attenzione e questo mi mette un po’ a disagio. Ora, ci sono due possibili strade che il maresciallo potrebbe fare per venire fin qui. Sia che venga a piedi sia che venga in auto. Ma secondo me viene a piedi. E secondo me fa la strada a monte. Percorriamo a ritroso la strada a monte e non incontriamo un cane. Cosa normale, nel mio quartiere. Torniamo al bar, ma subito ripartiamo per controllare anche la seconda possibile strada. Nulla.
Ed eravamo per la terza volta davanti al bar quando mi hanno chiamato sul telefonino. Per dirmi che era successo qualcosa a cui ancora adesso che è l’una e trentasei minuti non riesco a credere.
XVI
[Ed eravamo per la terza volta davanti al bar quando mi hanno chiamato sul telefonino. Per dirmi che era successo qualcosa a cui ancora adesso che è l’una e trentasei minuti non riesco a credere]
Ovvero, che il maresciallo si era dimenticato del briefing. Ed è qualcosa di incredibile, perché finora non avevo mai creduto che un maresciallo dell’Arma in pensione potesse dimenticarsi di un appuntamento. Ha spiegato al telefono che gli era passato di mente. E mentre ascoltavo la sua giustificazione dettagliata, troppo dettagliata, pensavo a come avesse potuto trovare il mio numero di cellulare, visto che lo conservo così gelosamente.
Ho ripetuto a Mario quel che il maresciallo aveva appena finito di dirmi. Quindi – Mario – stasera il briefing non si può fare perché non abbiamo materiale su cui lavorare, capisci? Sì, lo so che ti spiace, che sei curioso. Non lo siamo un po’ tutti, forse? Però è andata così. Ti prego ora non prendertela. Ti prego smettila di fissarti le punte delle scarpe da ginnastica. Non è colpa mia. Non è colpa mia ma se ti guardi le punte delle scarpe da ginnastica io un po’ in colpa mi sento [perché sono una persona buona] e quindi risali in macchina – la mia – che ti porto a vedere una cosa.
E l’ho portato a vedere le ragazzette che ballano sui tavoli d’alluminio del discopub. E mi piacerebbe stare a parlarvi del suo entusiasmo, ma è iniziato l’anno nuovo ed io ho così tante cose da dire a riguardo che la velocità con cui la bava di Mario colava sul suo mento mentre fissava la ragazzetta è argomento che per ora può attendere.
Per la prima volta nella mia vita [esclusa l’infanzia] sono passato da un anno al successivo in un luogo che non fosse un ristorante, una discoteca, una chiesa [ho fatto anche questo, sì] una casa altrui. Mi è piaciuto e sono stato al caldo. Non è tanto questione di luogo. E’ che per la prima volta ho evitato “la gente”. Ed io ritengo che questa piccola accortezza non sia che il giusto preludio per un anno che vedrà finalmente consacrate le mie skill secondarie. Quelle che, se ti ricordi, per ora non hanno valore di mercato.
Il 30 dicembre notte stavo leggendo un libro di Auster. Nel primo capitolo Auster fa un breve accenno a una cosa che si chiama “solitudine dello scrittore”. Ne parla come fosse una cosa conosciuta, risaputa, frequente. Io non sono certo uno scrittore, ma sono senza dubbio uno che scrive, e allora mi viene il dubbio di esser soggetto a ciò di cui Auster parla. E mi chiedo se la solitudine dello scrittore [da ora s.d.s.] sia un qualcosa che lo scrittore volontariamente crea attorno a sé o se sia una conseguenza del suo essere scrittore. Se questo s.d.s., poi, sia qualcosa di assolutamente negativo e triste o se sia lo stato di grazia.
Cioè se sia una cosa di cui posso vantarmi con la ragazzetta quando scende dal tavolo, facendo la figura stellare del cowboy che vagabonda di discopub in discopub, oppure se questa s.d.s. sia deleteria per la mia vita sociale, essendo io ormai quasi assolutamente incapace di scendere a compromessi con me stesso sul da farsi nel weekend.
La gente non mi invita-nei-posti perché dico sempre di no. Devo dire di sì al prossimo invito per poter stare tra la gente, o è più dignitoso continuare a dire no e veder che l’invito-nel-posto diviene sempre più raro? Insomma, devo combattere la s.d.s. o devo rassegnarmici? E posso illudermi di essere uno scrittore solo per potermi poi illudere di essere soggetto a s.d.s.? E chi ha rubato i miei soldi, nascosti con tanti cura ed affetto? Chi o cosa ha fatto passar di mente al maresciallo che avevamo un briefing importante? A che età [media] la ragazzetta che balla sui tavoli abbandona l’altare e scende al livello terreno per farsi sbranare? Se io mi impegnassi, oggi, primo gennaio, a scattare almeno una foto al giorno, almeno una, riuscirei a mantenere l’impegno? E’ facile montare una cucina componibile svedese? E cosa succederebbe se ora, proprio ora, io prendessi l’ascensore, scendessi fino al primo piano, suonassi il campanello, guardassi la porta aprirsi e poi cantassi in faccia al mostro tutto il ritornello di Teo Torriate dei Queen, concludendo con un calcio circolare esterno [destro] diritto in faccia a sfigurarla del tutto? E se tutti i condòmini mi odiassero, compresa la padrona di casa, di questa casa, ed io scoprissi che si trovano una volta ogni due settimane nel salone parrocchiale per parlar male di me e far ipotesi sui possibili non-sbocchi della mia esistenza? Se facessi irruzione in quella stanza e facessi loro l’elenco – uno ad uno – della cazzo di stupida biancheria che non solo hanno il coraggio di stendere ai balconi, ma di indossare, cristo santo? Di indossare. E se infine potessi – a colpo sicuro che più sicuro non si può – puntare il dito su colui o colei o coloro che mi hanno sottratto i soldi approfittando del mio simultaneo mese cinese, che mi porta a fare cose irrazionali e discutibili quali lo sperperare denaro e il vantarsene pubblicamente?
Se imparerò a distinguere gli alberi, a predire l’arrivo della tempesta, a produrre insaccati artigianali, ad avere il coraggio di prendere a calci in faccia la bestia, a fare il malocchio agli stronzi che continuano a leggere la mia rubrica nonostante il mio disappunto, a farmi pagare per il lavoro che faccio, non sarà forse come aver capito cosa sogna il mio cane quanto trema?
XVII
Sono stato via alcuni giorni perché avevo una faccenda da sbrigare. Questa emergenza potrebbe aver frenato lo slancio del febbraio cinese che mi coinvolgeva anima e corpo, potrebbe pensare qualcuno. Invece no. L’ho sospeso e l’ho ripreso oggi. Come se nulla fosse. Per cui riprendiamo il filo.
Ho sulla scrivania il libro di Alessandra C [Skill] e avevo promesso che avrei fatto violenza su me stesso e l’avrei letto. E’ rimasto lì, non letto. Forse anche per il fatto che ho iniziato il Leviatano di Auster, e con tutto il rispetto per Alessandra C è un’altra cosa. Lo so a priori.
Ho promesso alla padrona di casa che le avrei progettato la cucina componibile svedese per poi andare ad ordinarla. E montarla, ovviamente. Oggi stesso ho terminato il progetto, anche grazie all’amazing software fornito dagli svedesi stessi. Scegli i mobili, componi, ti dà i suggerimenti, correggi, scegli le tinte, guardi il capolavoro in 3D. Poi premi un tasto e sai quanto devi sborsare. La cucina, per mia volontà, sarà nera. Lucida e nera. Tutta ante, niente alla luce del sole. Dovrà sembrare più o meno il negativo della fotografia di uno studio dentistico.
Quando arriverà e dovrò montarla scatterà il marzo cinese. Marzo cinese e pazzerello.
Domani riprenderò a lavorare gratis. A dire il vero in questi giorni ho disertato il luogo ove abitualmente do vita alle mie brillanti prestazioni intellettuali. Questo sempre per via della faccenda da sbrigare di cui parlavo all’inizio. A causa di alcuni fatti nuovi verificatisi recentemente nel mio ambiente di lavoro, voci poco attendibili mi hanno accennato che chi comanda sta prendendo in considerazione l’idea di contraccambiare le mie b.p.i. [brillanti prestazioni intellettuali] col denaro. Ma fino a che non vedo, non credo.
Sono guarito dalla piccola noia muscolare alla gamba destra. In settimana dovrei riprendere gli allenamenti di wushu, disciplina che potremmo indicare come kung-fu-senza-menare-nessuno. Fra l’altro, mi sovviene che trovandoci in gennaio conclamato dovrò favorire alla gentile segretaria della palestra la quota trimestrale. Accadrà senz’altro che la prossima lezione – per via della memoria o della pigrizia – arriverò lì, passerò la scheda magnetica nell’apposita fessurina e la porta non scatterà. La segretaria – che controlla tutto dal cervellone elettronico – mi urlerà cortesemente che la rata è scaduta, al che mi avvicinerò al banco e la supplicherò di farmi entrare ugualmente, dicendo cose tipo “dai, ci conosciamo da una vita”, “non è che domani scappo e non mi vedi più”, “se non fossi in ritardo andrei a fare il bancomat”, “ho lasciato i soldi sulla scrivania e per sbaglio ho preso il tetano”. E lei – che è comprensiva – facendomelo pesare tantissimo mi dirà un vabbé, per stavolta entra. E poi, appena girerò le spalle, diffonderà in sala pesi la falsa notizia che sono frocio e giurerà il falso ripetutamente pur di convincerli che è proprio così. Fino a che arriverà il giorno che lo verrò a sapere per vie traverse e le darò pubblicamente della bastarda. Mese cinese.
Sono cinquantacinque le persone che in questi miei giorni di assenza hanno cercato [invano] l’aggiornamento della rubrica. Tra queste permangono gli infami, e questo mi rammarica. Diffonderò in sala pesi la notizia che sono esseri dalla moralità discutibile e la loro discendenza sarà oggetto della nemesi più efferata. E quando me ne andrò i ragazzi palestrati diranno “Minchia, quello parla difficile: dev’essere frocio. C’ha ragione la segretaria”.
Come quando ero in caserma a fare l’alpino. Che per non passare per strano dovevo leggere i libri di Montalban e Böll nascosti in una rivista porno. O ero fatto e finito.
Ricordo che una sera montavo di guardia negli uffici del comando mentre il colonnello si era attardato alla scrivania a preparare non so cosa. Quando uscì mi salutò e vide che avevo un libro tra le mani. Mi chiese cosa fosse ed io mortificatissimo dissi: “I mari del Sud, di Montalban”. Lo dissi con la certezza di parlare al vento. Ma lui disse che gli era piaciuto molto quando lo aveva letto. Poi se ne andò. E’ il mio più bel ricordo dell’esercito. E fra l’altro dio quanto è noioso scrivere al passato remoto.
E resta – lo sapete benissimo – la questione dei soldi che ho nascosto e che sono spariti. Storia sulla quale il maresciallo sta svolgendo accurate indagini [forse anche appostamenti] e storia che appassiona quasi morbosamente Mario, il meccanico dell’officina dove sono andato a fare la revisione della mia automobile.
Avevamo fissato un briefing, tempo fa, ma il maresciallo si era clamorosamente dimenticato di venire, ed era andato tutto a puttane.
Ci sono stati degli sviluppi. Piccoli, per carità, ma ci sono stati. Il fatto è che non ho alcuna voglia di raccontarveli ora. Rimando a domani, anticipando che il bastardo che mi ha fottuto i soldi può ancora dormire sonni tranquilli perché il maresciallo – secondo me – se ne fotte altamente di arrivare ad una soluzione e fa finta di fare indagini solo per non sputtanare il motto dell’Arma. Fedeli nei secoli. E tanto ci vorrà per catturare il colpevole, temo.
Volevo cogliere l’occasione per ringraziare Tessa Gelisio [che pochi sanno chi è] che in risposta ad una mia e-letter di quattro o cinque mesi fa mi ha inviato gli auguri. Mi ha scritto che spera di non deludermi mai. In tutta onestà non credevo di essere così importante, comunque mi fa piacere. Dovessi mai vedere qualcosa che non va nella trasmissione che conduce la domenica mattina su rete 4 me ne starò ben zitto. Non vorrei che la mia delusione le provocasse uno sturbo. In ogni caso è stata gentile e questo le va riconosciuto.
Oggi però facevano vedere la mattanza, e vedere i tonni morire in quel modo mi lascia sempre un po’ così. Ma lo terrò per me.
E poi volevo ancora dire che oggi mi sono accorto che siamo nell’era del the verde. E mi sono chiesto se la ragazzetta disinibita e lesbicoide che danza sul tavolinetto del discopub se ne rende conto. E se lo beve, di tanto in tanto. Se provassi a chiederglielo so che mi direbbe “dioffà, al massimo lo fumo”, ed è forse per questo che mai glielo chiederò. La lascerò ballare all’infinito fino alla prossima era, che se non mi hanno detto male sarà quella della cocaina-conclamata. E che forse è già iniziata da un pezzo.
XVIII
Purtroppo per un po’ di tempo dovrò dedicarmi ad altro. E questa è l’ultima puntata del mio febbraio cinese. Per cui oggi svelerò l’arcano.
Non ho letto il libro di Alessandra C e credo che forse non lo farò mai.
Ho progettato la cucina IKEA e presto la ordinerò. Andrò a prenderla e la monterò. E poi starò ore a guardarla. Nera. Lucida. Bella.
Ho ripreso gli allenamenti di wushu ed ho iniziato ad usare il bastone. Farlo girare si può. Farlo girare velocemente si può ma se per caso sbagli ti fotti il setto. Ed è questo ad affascinarmi. Lo fai girare veloce, più veloce, ancora più veloce, e il bastone inizia a parlare. Ed è lì che sai che se sbagli un movimento di un millimetro c’è la rinoplastica. Passa radente alle orecchie, minaccioso. Prima o poi…
Ho sputtanato già almeno un 50% dei buoni propositi che avevo fatto per il 2006. Primo fra tutti quello di smettere di fumare. Però sto appassionandomi alla meteorologia e sogno di potermi comprare presto una di quelle stazioncine meteorologiche digitali che ti dicono tutto. Anche quello che probabilmente non ti servirebbe sapere. Tutto, anche il superfluo. Ed è un buon punto di partenza per diventare amici.
La mia situazione lavorativa è sempre la stessa. Lavoro gratis. Ma da domani mi darò da fare per trovare qualcuno che mi paghi. Perché sono stufo. Ho sentito in questo periodo di gente che ritiene sconcio che un giovane al giorno d’oggi guadagni soltanto mille euro al mese. Io lavoro e guadagno zero. E mi chiedo quando mai salterà fuori qualcuno a prendere le mie difese.
Ma fino a che quelli che si trovano nella mia stessa situazione accetteranno con ossequiosità questa condizione io non sarò che una goccia d’acqua in un oceano. Di merda.
Ho scritto su un foglietto le sei cose a cui dedicherò le mie energie in questo anno. Cose materiali, intendo. Eliminerò tutte le altre. Tranne la meteorologia, ovviamente.
Ho pulito la macchina. Ogni volta che pulisco la macchina mi sento rinascere. E mi sento rinato, in effetti.
Ma resta una cosa. La cosa per cui mi avete seguito fino ad oggi. Ve la devo.
Nascondevo banconote da cinquanta euro e poi le ritrovavo diverse, oppure trovavo più soldi, oppure non ne trovavo più. Avevo fatto presente la cosa al Maresciallo in pensione che vive nel mio condominio, ricordate? E Mario, il meccanico, si era interessato a questo mistero tanto da chiedermi di poter dare una mano nelle indagini.
Il Maresciallo mi ha telefonato alcuni giorni fa, dicendomi che aveva delle scottanti novità, e me le avrebbe comunicate di persona sabato sera. Potevo invitare anche Mario, ovviamente.
Arrivo nel luogo indicatomi, ovvero il salone parrocchiale. Trovo Mario che mi aspetta. Scendiamo la rampa ed entriamo. E’ tutto spento, c’è solo una luce in fondo. Il Maresciallo sarà là. Ci addentriamo nel buio ed ecco che come nel più classico e stronzo dei finali si accendono tutte le luci e scatta l’applauso. Ci sono tutti i condòmini del mio palazzo più molta gente dei palazzi vicini. Battono le mani e sorridono. Qualcuno mi dà anche la fastidiosa pacca sulla spalla. Me la dà anche Mario. In mezzo alla sala c’è il Maresciallo, con la sua cartelletta sgualcita sotto il braccio. Poi l’applauso si spegne.
Attendo che qualcuno mi spieghi, che il Maresciallo prenda la parola. Invece si dirigono tutti verso il tavolo dei salatini e dei crodini. Resto nel centro della sala come un coglione. Parlottano tutti, qualcuno mi indica, ma fondamentalmente mi danno tutti le spalle e si preoccupano di scegliere il salatino più sfizioso.
Una bambina rompicoglioni che abita nella scala di fianco alla mia mi si avvicina e mi porge una busta. Ha il naso che le cola di schifo verde. Apro la busta e dentro ci sono tutti i miei soldi. Non li conto perché non oso, ma mi pare ci siano tutti Alzo lo sguardo e la piccola è già fuggita. Sono di nuovo solo in mezzo alla stanza. Non capisco. Cioè, capisco che sia stato uno scherzo, ma mi sfugge il perché, e il come si siano organizzati, e il che cazzo vogliano da me. E il perché-proprio-io.
rivediti la parte due
oppure ancora
torna all'indice delle cose meno