[FEBBRAIO CINESE]
PARTE DUE

 

VII

Sono così stanco. Di molte cose.

Se fosse la stanchezza fisica soltanto, saprei da dove viene. Ho una cintura gialla al posto della bianca, quindi so da dove viene quella fisica. Faccio i massaggi col linimento canforato e passa. Poi passo tra la gente che sente l’odore di canfora e si interroga. Da dove viene? Viene da lui. Chi è lui? Anzi, che fa lui, che si mette l’olio canforato? Lui ha male, niente di più.

Però non è stanchezza fisica soltanto.

Una persona mi ha detto che la mia pensata degli stop che si accendono di più o di meno a seconda dell’intensità della frenata è un brevetto BMW già da molti anni. Onestamente non credo che la BMW abbia brevettato l’effetto che più interessa del dispositivo, ossia l’effetto abbagliante nei confronti dell’autoveicolo dietro. L’effetto ustionante sulle retine del conducente del veicolo dietro. Io non lo credo né lo crederò mai.

Sono ritornato nel discopub coi tavolini rinforzati a cercare la ragazzetta finto-lesbica che aveva criticato la mia intuizione abbagliante. Per sottoporle il problema. Le ho portato – da barattare con la sua preziosa consulenza – un cd dei Kula Shaker.

Ti piacciono i Kula Shaker? No. Tu lo sapevi che la BMW..? Ovviamente sì. Quindi il tuo suggerimento di applicare il dispositivo agli abbaglianti era un modo diplomatico per..? Ovviamente sì. Hai dei pregiudizi verso le persone che nascondono deliberatamente banconote aventi corso legale nei posti più impensabili sebbene di pubblico passaggio nella speranza, qualche ora dopo, di ritrovarle e compiacersene? Così su due piedi no. Su due piedi e un tavolino già non lo saprei più.

Però non è stanchezza fisica soltanto.

Comincio a pensare che mese cinese voglia anche dire censire i rapporti rientranti nell’inflazionata categoria denominata “amici” per depennare quelli che giacciono esangui al suolo. O dargli il giusto peso. Cioè poco. Forse nulla. E dio quanto mi piacerebbe svilupparlo questo discorso se non fosse da piccola fiammiferaia mestruata.

Io non so cosa pensi davvero di me chi con me interagisce. Ed io non so se è per l’età, per le mie idee, per i capelli che cadono o per che altro, ma temo che il prossimo mio mi ritenga scomodo e sconveniente in un numero sempre più alto di situazioni. Le situazioni sociali in particolare.
Forse quella volta non avrei dovuto dire che tutto sommato il primo album delle All Saints non era malvagio. Forse sta tutto in questo. Never Ever mi piaceva e non potevo farci nulla. La vedevo come una questione di onestà. Never Ever mi ha tagliato fuori. Fottuto outing del cazzo.

Se la ragazzetta che balla sul tavolo ha già abbastanza anni vedrai che Never Ever se la ricorda. Lei non mi darà torto. Era un bell’album, il primo album.
Ho allungato i dieci euro ritrovati casualmente sotto il tappetino dell’ascensore l’altro giorno [vi ricordate?] all’operaio che mette i cd nel discopub. Metti Never Ever, gli ho detto. L’ha messa. Per quanto fosse un pezzo più che adatto ad una performance lesbo-soft, la ragazzetta che balla sul tavolino – che stupida non è – l’ha ballata con una sobrietà ragguardevole. E cercando per la sala gli sguardi invasivi di cui il suo organismo si nutre mi ha sorpreso intento nel labiale della strofa che fu di Shaznay Lewis, front-woman del gruppo fino all’esplodere della prepotenza delle sorelle Appleton. Il mio labiale coincideva perfettamente con la voce di Shaznay, e questo per il semplice fatto che io so il testo. E quel padroneggiare il futile in modo così disinvolto deve aver molto colpito la ragazzetta, perché le sue anche erudite han perso il tempo e s’è rischiata la storta sul tacco.
Non sono la troia televisiva che quando si scopre inquadrata muove le labbra a caso, fingendosi coinvolta. Sono la scomodissima troia che le parole le sa. E ti fotte.

Ora che sono le 23.16 io provo un fortissimo senso di schifo verso l’umanità tutta [con eccezioni] e pensando che domani il mio corpo sarà rinvigorito dalla canfora e mi sveglierò alle consuete sei e trenta, mi infilo là dove il cane già mi attende.

Ho nascosto i soliti cinquanta euro dentro lo sportellino del quadro dell’irrigazione automatica dell’area verde del mio condominio. Tendenzialmente d’inverno non si irriga il prato all’inglese, ma non escludo che qualche pensionato spaccacoglioni, non sapendo che fare, vada a ficcanasare lì. Ho preso nota del numero di serie per vedere se succede ancora quella cosa là.

Però non è stanchezza fisica soltanto.

 

VIII

Ho molte audiocassette. Ma si sa, la cassetta non va più. Mi mette tristezza. Così ho deciso che è tempo di mandarle in pensione. Da qualche giorno [più o meno da quando è iniziato il febbraio cinese] sto scaricando gli mp3 di ogni mio album in cassetta. E poi le cassette le lancio via, con disprezzo. Alcune le torturo più di altre. Tiro fuori tutta la noiosa lunghezza delle loro budella di cromo e ne faccio un groviglio, una palla.

Se consideri che ho seicento cassette puoi immaginare quanto sia lungo questo lavoro. Cerca i file, scaricali, controllali, taggali, salvali.

Stamattina mi son svegliato non prestissimo. In teoria avrei dovuto lavorare-gratis ma poi ho deciso che non avevo voglia di lavorare-gratis e mi sono dedicato ad altro. Per esempio, sono sceso a controllare se nel quadro dell’impianto di irrigazione dell’area verde condominiale c’era ancora il mio biglietto da cinquanta euro.
I cinquanta euro c’erano, nulla da dire. La cosa strana è che c’erano cinque biglietti da dieci. Che fa sempre cinquanta ed infatti io non ti dico che mi sto lamentando o cosa. Però è strano, questo lasciamelo dire.

La prima volta metto il cinquantone sotto la ringhiera delle scale e ne trovo un altro, con un diverso numero di serie. La seconda volta lo piazzo sotto il tappetino dell’ascensore e lo ritrovo, con in più uno da dieci [che ho dato all’operaio che mette i dischi al discopub, te lo ricordi?]. Ed ora, terza volta, mi cambiano il pezzo da cinquanta con cinque pezzi da dieci. E’ strano. Ogni volta che incontro qualche condomino sul vialetto, sull’ascensore, al supermercato ho come l’impressione che mi guardi in modo strano. Potrebbero essere tutti. Questo, quello, quell’altro. Magari tutti d’accordo. A mia insaputa.
Ed ho paura. E penso che non nasconderò più la mia banconota in posti bui, né durante le ore della notte. Né andrò più in cantina a prendere le bottiglie d’acqua quando finiscono le scorte. Specie se il sole è già tramontato.

Sai che mi piacerebbe svegliarmi presto, domani? Avrei voglia di mettere la sveglia alle sei. Però poi va a finire come ieri. Che son entrato nel letto presto e però ho acceso la tivù, e intervistavano questo marinaio inglese che durante al seconda guerra mondiale, con altri tre, ha portato un sommergibilino in un porto giapponese ed ha fatto saltare una corazzata. Era una storia così bella.

Io ho pensato che questo signore allora aveva l’età di quelli che io ogni venerdì-e-sabato-sera vedo intenti a fissare le ragazzette che ballano sul tavolo rinforzato del discopub. La cui massima preoccupazione è lo scopare-per-raccontarlo o il come-raccontarlo, visto che non s’è scopato.

Se io potessi scegliere, preferirei raccontare di aver affondato una corazzata giapponese e non di aver coricato una ragazzetta addetta alla danza sui tavoli. Riconosco che le due cose presentino l’identica difficoltà, però sì, preferirei la cosa della corazzata.
Forse perché preferisco il silenzio che i quattro erano costretti a fare nello scafo al casino immondo del discopub. Forse perché preferisco il poco spazio di un sommergibile al poco e sudato spazio che rimane tra un’ascella e l’altra di questi ubriachi ignoranti che infestano i miei weekend.

Comunque il documentario mi ha dato un’idea fantastico. Quando il sole era ben alto nel cielo, facendo attenzione a non essere visto ho messo i cinquanta euro in una busta di plastica. L’ho ben sigillata e l’ho legata ad una pietra. Poi, con nonchalance, ho lasciato cadere la pietra sul fondo della vasca di una fontana qui vicino. Ci ho fatto caso, molto caso, e son certo che nessuno mi stesse spiando. Spiando grossolanamente, diciamo.

Domani vado in un posto dove chi ci va davvero non ci va mai troppo volentieri. Per fortuna non ci vado davvero. Lì c’è gente che li fa sul serio i mesi cinesi.
E domani, al ritorno, mi toccherà uno dei compiti più difficili di questo febbraio cinese all’acqua di rose. Questa volta non si scherza, perché si ha a che fare con la padrona di casa.

 

IX

Questa è la fine. La fine del giochetto del biglietto da cinquanta euro, dico.

Ci son andato alla fontana, stamattina. C’era solo un problema: l’acqua era ghiacciata. E il mio biglietto da cinquanta, con sacchetto ben sigillato e pietra come zavorra, se ne stava sotto centimetri di pack opaco. L’ho lasciato lì, sperando che nessuno buttasse l’occhio prima del disgelo, che ho previsto per mezzogiorno circa.

Ho fatto le cose che dovevo fare. Poi a mezzogiorno meno tre sono tornato alla fontana. Non c’erano più né ghiaccio, né biglietto, né sacchetto, né zavorra. Non sto dicendo che c’era un biglietto con un diverso numero di serie, o che c’era un biglietto in più. No no. Si son fottuti i miei cinquanta euro. Voglio solo dirvi – per farvi capire il valore di mercato di quel che ho perso – che con cinquanta euro posso far mettere per ben cinque volte il disco che voglio all’operaio che lavora presso il discopub. Che equivale a dire che posso stare a guardare per ben cinque canzoni la ragazzetta ballare sul tavolino al ritmo che ho deciso io, col labiale che ho deciso io, per il minutaggio che ho deciso io.

Ecco. Non ditela in giro questa cosa dei dieci euro all’operaio. Altrimenti poi lo fanno tutti e non basta una serata per i ritmi e i labiali preferiti di ciascuno.

Il biglietto non c’era più. Grave. Davvero grave. Perché avere a che fare con dei burloni mi faceva paura, ma cinquanta euro in meno mi fanno incazzare. Il signore che abita al secondo piano è un sottufficiale dei Carabinieri in pensione. Gli ho raccontato tutta la storia, tanto ero incazzato. Ho pianto, ma pochissimo. Lui mi ha detto che non devo preoccuparmi perché le indagini adesso le prende in mano lui, che tempo ne ha. Mi ha anche detto che sono un po’ coglione a nascondere i soldi in giro e così gli ho dovuto spiegare tutta la storia del febbraio cinese. Comunque coglione, ha detto.

Mi ha chiesto se ho dei sospetti. Gli ho detto di no, ma mi piacerebbe che il ladro fosse uno dei vicini che già mi stanno sul cazzo. Perché in fondo a tutti noi piace avere le conferme, e quando qualcuno ci sta sull’anima, anche solo a pelle, stiamo lì ad attendere la conferma. “Eh ma guardi che il male arriva sempre da dietro”, ha detto. Beh mi fa tanto piacere. Non è che deve venire a dirmela un sottufficiale dei Carabinieri, ‘sta cosa. Evil walks behind you. Lo dicono anche gli AC-DC, grazie al cazzo. Però no. Io pretendo che sia stato uno di quelli che già mi sta sul cazzo. Non è possibile che sia stato un altro.

I vicini che mi stanno sul cazzo sono… No. Mettiamola così. Ci sono trentasei alloggi. Trentasei nuclei familiari. Posto che se mi sta sul cazzo anche un solo membro del nucleo familiare automaticamente mi sta sul cazzo tutto il nucleo familiare [e non è ammessa prova contraria], su trentasei me ne stanno sul cazzo trenta. Veda lei, maresciallo, se non siamo nelle canne.

E mentre tutto ciò accadeva, mi son ricordato del fatto che ho promesso alla padrona di casa che, scaricato l’apposito e comodissimo software fornito dai nostri profumati amici Svedesi, avrei provveduto a progettare la nuova cucina. Gli Svedesi, nel mio immaginario, sanno di cannella. E sono sempre tristi. Tanto che nei loro discopub se vuoi vedere la ragazzetta bionda agitarsi un pochino sui tavoli di legno devi allungare dieci euro all’operaio che mette i dischi di legno, dieci euro [appunto] ad ogni ragazzetta bionda profumata di cannella e dieci euro ad ogni avventore per convincerlo a guardare la ragazzetta bionda che appena si muove là sopra. Perché se non la guardi mica balla. Anche in Svezia, sì. Solo perché fanno mobili di legno non vuol dire che non siano degli stronzi esibizionisti come tutti.

E mi rendo conto che con la storia della ragazzetta posso aver scocciato. Forse no, perché noto che ci sono ancora un sacco di persone che leggono la mia rubrica. Compresi quelli che disistimo, ovviamente. Però devo insisterci, perché mentre progettavo la cucina, mentre sceglievo i singoli mobili che la comporranno, ho notato che questi boscaioli svedesi magnificano la loro produzione dicendo che ogni loro mobile, non importa di che foggia, è stato testato facendoci ballare su una ragazzetta bionda-lesbica-sbronza per non meno di cinque ore. Tutto ciò mentre un’equipe di tecnici mònitora la situazione [anche perché altrimenti la ragazzetta mica balla].

Io prometto che ora non la cito più. Magari resuscito la varioncella, che elogiai pubblicamente un anno e mezzo fa. Magari faccio così.

Domani è una giornata impegnativa. Devo acquistare l’unico regalo che farò. Per quanto riguarda invece i regali che io vorrei ricevere, se non fossi nel mese cinese vorrei tanto la PSP. Per usarla quando raggiungo i miei amici nel discopub. Così so cosa fare. Invece sono nel mese cinese e quindi sono obbligato a dire che non voglio nessun regalo, perché ho già tutto quello che vorrei, anzi ho più di quello che vorrei e più di quello che effettivamente mi serve, e per esempio invece di sprecare i soldi nella PSP posso benissimo continuare a giocare col mio Pocket Simon che è uno bello, due colorato, tre luminoso, quattro sonoro, cinque istruttivo e sei divertente.

Io il Pocket Simon lo uso come oracolo. Giuro. La mattina, quando mi sveglio, se al primo tentativo non finisco la sequenza di livello due nemmeno mi alzo dal letto. Se durante il giorno, tutto il giorno, non infilo almeno una sequenza di livello tre non vado a dormire. Il giorno che infilerò tutta la sequenza di livello quattro tirerò il Simon per terra e lo manderò in pezzi. Ma prima voglio sapere chi è quel ladro che ha rotto il pack anzitempo e si è fatto i miei cinquanta euro.

 

X

Lo dico subito: oggi non ho voglia di scrivere. Mi brucia la questione dei cinquanta euro spariti. Mi brucia perché quei cinquanta euro mi erano stati regalati dalla nonna. E con quei cinquanta euro avrei comprato il regalo di Natale per la nonna.
Oggi non sono riuscito a pensare ad altro. Ed ho pensato anche che avrei voglia di nascondere altri cinquanta euro. Un po’ per sperare di trovarli ancora, un po’ per sperare che accada ancora qualcosa di misterioso.
A parte i commenti [del cazzo] ricevuti, alcune persone mi hanno contattato per sapere se c’è qualcosa di vero nella storia dei cinquanta euro nascosti. Ovvio che sì. In un mese fatto di privazioni ed umiliazioni potrei forse permettermi il lusso della menzogna? La risposta è no. E quindi sì, i cinquanta euro li ho nascosti davvero, come davvero son successe tutte queste cose strane. E il furto è forse la meno strana.
Non sono proprio riuscito a pensare ad altro. “Mettili subito in banca”, aveva detto la nonna. Ma io non potevo metterli in banca, perché di lì a poco li avrei spesi per comprarle il regalo. Però non avrei dovuto giocarci così, questo no. Ora non so cosa regalarle. Né posso regalarle qualcosa. Che noia.

Oggi sono stato a Torino, per un corso. L’ultima lezione di un corso. C’è stato un [misero] rinfresco e poi siamo andati – io e i miei compagni di corso – a prendere un aperitivo. Tra le varie delicatezze solo lì da prendere c’erano delle ostriche. Ho realizzato di non aver mai mangiato un’ostrica in vita mia. Ed ho realizzato che non avrei certo potuto assaggiarla ora che sono nel mese cinese, che significa sofferenza, morigeratezza, dolore e bla bla bla. Il mio collega ne ha presa una e se l’è versata in bocca. Ma come “versata”? Sì, versata. Allora gli ho detto così:

“Senti Paolo, io non ho mai mangiato un’ostrica. Di cosa sa un’ostrica?”
“Sa di mare”
Ho pensato. Cosa vuol dire “sa di mare”? Allora gli ho detto così:
“Senti Paolo, cosa vuol dire che sa di mare? Tipo la cozza?”
“No!!! Niente a che vedere con la cozza”
“Sì ma la cozza secondo me sa di mare”
“Ma tu hai mai mangiato una cozza cruda?”
“No. Non sono pugliese”
“Ecco allora tu secondo me devi allontanarti dall’idea di una cozza cotta, perché è cotta, e invece l’ostrica è cruda. E però non ha nemmeno nulla a che vedere con la cozza cruda, che sa di schifo”
“Sì ma allora scusa… per capire… che consistenza ha l’ostrica, visto che te la sei versata in bocca?”
Lui ha risposto che la consistenza è più o meno quella del catarro.

Paolo, evidentemente, collabora. Grazie Paolo. Grazie per come hai saputo togliermi la voglia d’ostrica. Perché tu non lo sai, ma io stavo per cedere. E se io avessi ceduto, addio mese cinese.
Mentre lo ringraziavo mentalmente ho fatto caso a come nel locale [non discopub] torinese non ci fossero ragazzette che ballavano sui tavoli. C’erano i tavoli, ma la gente ci stava seduta. Parlava. Guarda che parlavano in modo così convincente che se per caso mi fossi seduto ad uno a caso dei tavoli avrei creduto a tutto tutto quello che si diceva. E però grazie ancora, Paolo. Ti penserò, il giorno in cui mi verserò un’ostrica in bocca. Che per ora è lontano.

Son tornato a casa tardi e son subito sceso col cane. C’era il maresciallo ad aspettarmi al pianterreno. Gli ho chiesto se c’erano novità con le indagini. Ha fatto cenno di no. Ha detto che oggi ha fatto molta attenzione agli spostamenti di tutti i vicini, e non c’è niente di nuovo visto che lo fa ogni giorno, da quando è andato in pensione. Ha detto che ha chiesto alla cassiera del supermercato se tra ieri ed oggi qualche cliente avesse pagato con un biglietto da cinquanta euro un po’ umido. Ha detto che la cassiera l’ha mandato affanculo. Si brancola nel buio, via.

Se il maresciallo risolverà il caso mostrando intuito e polso, lo manderò a minacciare tutti quegli stronzi che non voglio leggano la mia rubrica. Guarda che oggi se n’è aggiunto uno che te lo raccomando. Quando farò il marzo cinese e mi toccherà toccare livelli d’umiliazione finora impensabili ed inesplorati, riallaccerò i rapporti con tutti i suddetti stronzi, e lo farò con entusiasmo e devozione. Ma ora no. Ora me ne vado a letto. A sognare una cucina senza ante che muovono, forchette che vanno dietro il mobile e non le prendi più, spigoli nei quali pianti regolarmente la testa. Che te la fanno sanguinare. Ora basta.

 

XI

Mal di testa. Arrivato, andato, tornato. Ogni volta che vado a letto col mal di testa – ed io ne soffro circa quanto Chopin – ho il terrore di svegliarmi avendolo ancora.
E come fai – col mal di testa – a indagare sul furto dei cinquanta euro e sugli altri misteri connessi? Come fai ad aver voglia di fare una qualsiasi cosa? Ho voglia che sia domani pomeriggio.

Il maresciallo verso le 18 è venuto a suonarmi il campanello. Lo so perché il campanello mi ha svegliato, e facendo pianissimo ho guardato dallo spioncino e l’ho visto. Era lui, ma deformato. Aveva una busta gialla in mano. E’ possibile che in quella busta ci fosse il nome del colpevole? O si trattava di un semplice verbale delle indagini, visto che il maresciallo è stato abituato a verbalizzare tutto?

Troppo mal di testa per pensarci su, ma la curiosità resta. Costretto a letto, tra un mezzo sonno e l’altro ho iniziato a fare i propositi per il nuovo anno. Ricordo infatti che il capodanno cade a cavallo del mese cinese, e questo significa che i propositi dovranno non solo esser fatti – e verbalizzati – ma anche osservati. Perché vincolo morale che nasce durante il mese cinese vincola scrupolosamente anche per il dopo.
Un proposito l’ho fatto. Voglio diventare un esperto di meteorologia. Capire se piove, perché piove, se pioverà e perché pioverà. E quanta ne verrà. Poi ce n’è un secondo. Ogni volta che vedo una pianta voglio saper dire che pianta è. Cominciamo pure dagli alberi, va bene. Gli alberi sono facili. Il terzo proposito è correlato. Voglio contare tutti gli alberi che ci sono sul Viale degli Angeli. Chiamandoli per cognome – visto che avrò imparato a distinguerli – e poi quando li riconto [per sicurezza] magari gli do anche un nome.

Poi così posso dire “ho nascosto 50 euro addosso a Filippo”. Vallo a trovare, Filippo. Mal di testa. Torno a letto.

 

XII

Ho provato a scrivere cose, ma il Natale mi succhia via la vita. Ci vorrà almeno un anno per riprendermi, e sarà di nuovo Natale. E avanti così, a caricare batterie già scariche.

Poteva esser peggio, sai? Se il mio amico non mi avesse costretto a scaricare il programma che ti fa vedere tutti i posti della Terra sarebbe stato tutto molto peggio.
Quel programma è fantastico. Talmente fantastico che io per quattro giorni non ho più scritto la rubrica, fregandomene dei miei affezionati. Compresi quelli di cui ho la massima disistima. E prima di chiudere il febbraio cinese vi racconterò per filo e per segno perché li disistimo. Comunque quel programma è fantastico. Vedi tutto il pianeta. Vedi le linee bianche dei parcheggi a lisca di pesce di Ocean Beach, San Diego, California. Davanti a quel discopub dove lavorava una cameriera bella, ma bella, ma così bella che tutti dicevano “è così bella che non la scoperei nemmeno”.

Venerdì notte sono stato in un posto che fa sparire le ragazzette che ballano sui tavolini del discopub. Lì c’erano delle ragazze-distinte pagate per ballare sui cubi. E Dio mi fulmini se anche per un solo attimo confondo le due categorie.
Sai da cosa le distingui? Quando la ragazzetta balla sul tavolo, più è pagata meno è coinvolta. Così, quella che per ballare prendo cento euro a notte non sorride nemmeno per sogno. E per converso c’è chi pagherebbe per salire su un tavolino d’acciaio e sorridere tutto il sabato notte. Capisci? Più le paghi e meno sorridono. Il che è un problema. Sai perché? Perché sebbene la caratura della ragazzetta cambi, non cambia la folla che le guarda. Che le vuole sorridenti. Che ha diritto a vederle sorridenti. Che lavora [e incassa] tutta la settimana per vederle sorridenti.

Comunque non siamo mai stati sulla Luna. Chi c’è stato, infatti, non potrebbe mai aver detto la balla che la muraglia cinese è l’unica opera dell’uomo che si vede dalla Luna. Io son tre giorni che divento matto col programma che ti fa vedere tutti i posti della Terra e però questo murettone non lo trovo. Forse bisogna aspettare che il sole sia basso sull’orizzonte, e che le ombre siano lunghe e lo mettano più in rilievo. Comunque non siamo mai stati sulla Luna, e se ci siamo stati siamo una razza di contapalle. Cosa che – tra l’altro – sapevo già.

Il mio cane dorme. Sogna e trema. Cosa sogna un cane? Cosa sogna il mio cane? Sogna circa come sognavano i conigli ne La collina dei conigli? Sogna brutto così? Triste così? Se è così lo sveglio. Però non si deve svegliare il can che dorme.

Sognare è un lusso o non lo è? Ricordo che c’è stato un periodo della mia vita in cui non sognavo più. Ricordo che lessi su un giornale uno stratagemma per tornare a sognare. Si trattava di ingannare l’inconscio, prima di andare a letto. Si riempiva un bicchiere d’acqua e poi si ripeteva tra sé e sé “questo bicchiere contiene la medicina che fa sognare, ed io ora bevo e quindi stanotte sognerò, e quando mi desterò mi ricorderò perfettamente quel che ho sognato”. Mi parve da subito una cazzata, ma la cazzata funzionò.
Ma sognai cose brutte, così brutte che sognare non mi parve affatto un lusso ma una condanna. E siccome ho bisogno di tempra cinese, questa notte ingannerò il mio inconscio con questo mezzuccio per soffrire ancora ed ancora. Per sognare mia madre, da giovane. Che balla sul tavolo. Che – Cristo – balla sul tavolo. Fregandosene dell’essere o non essere mai stati sulla Luna.

E inoltre non resisto più. Domani nascondo cinquanta euro. Ne necessito.

 

 

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