[FEBBRAIO CINESE]
PARTE UNO

 

I

L’ho letto qui sopra. C’era una vendita fallimentare di libri e ci sono andato. Ho comprato cinque libri di Auster, racconti di Dürrenmatt e Böll, un libro di fotografie, un romanzo di Alessandra C, Skill. Il criterio è stato “Auster mi piace, Dürrenmatt e Böll ricordo che mi erano piaciuti, le fotografie mi piacciono, Alessandra C non la conosco ma voglio capire come si fa a pubblicare per la Stile Libero”. Alessandra C è la più nota esperta italiana di divertimento elettronico, dice la quarta di copertina. Piacere, io sono un esperto di tristezza analogica, vorrei dirle io. Non perché sia triste. Non adesso, almeno. Ma perché so cogliere la tristezza ovunque. Mi piace saperla trovare ovunque. Me la aspetto. Scarborough Fair.

Finita [per forza di cose] l’era del non-fare-un-cazzo e piazzata l’abbreviazione davanti al mio cognome, ho ottenuto uno status singolare. Quello di chi lavora e non guadagna. Lavora bene e non guadagna. Salario zero. Ora non so quale periodo fosse più salutare per la mia dignità. Quando la mattina mi vesto, i jeans sono il mio baluardo di dignità. Fa ridere? Fa ridere. Scarborough Fair.

Non avendo reddito e non essendo ricco di famiglia, sto sfruttando le mie skill secondarie. Skill. Le mie skill secondarie per ora hanno un basso valore di mercato. Però potrebbero esplodere. E inoltre ho un acquario da vendere, se a qualcuno interessa.
Una delle mie skill secondarie mi ha portato a Creta, poi a New York, poi ha dato un alito vitale al mio conto corrente. E un po’ di fama. Forse dovevo citare prima la fama.
Nonostante ciò ho dovuto comunque rinunciare a moltissime cose. All’idea di una macchina nuova. Alle gomme antineve. A una Hasselblad. All’alcool sociale. Alle affascinanti serate nelle affascinanti discoteche della zona, piene di gente affascinante. Agli spintoni, al fumo delle salette fumatori. Agli stronzi. Agli, alla, alle. Voglio Scarborough Fair all’infinito. Nuotare sul fondo della piscina all’infinito.

Quando faccio l’elenco delle privazioni mi torna in mente quel mese cinese di qualche tempo fa. Di quando me le imposi, per gioco. Mi torna improvvisa una voglia di rigore auto-imposto.

“Bastano tre violini e la popstar più troia diventa intellettuale. Ma la rivoluzione è vicina ed io son pronto e disinibito-senza-aiuti”, scrissi.

Sfoglio il libro di fotografie. Pagina 672. 1963. Un monaco buddista si dà fuoco per protestare contro la politica antibuddista del governo di Saigon. Pagina 472. 1945. Robert Capa ritrae il totale avvilimento di questi soldati tedeschi fatti prigionieri dagli Americani in Germania. Pagina 1030. 1990. Un liberiano a Paynesville dà sfoggio di stile durante la guerra civile. Pagina 119. 1913. Oltre a farlo apparire in innumerevoli fotografie di manovre militari, la vanagloria del Kaiser avrebbe presto contribuito a causare una catastrofe mondiale.

Ho visto quattro ragazzette ballare sul tavolo di quel locale. Me lo aspettavo. E’ [davvero] tempo di un febbraio cinese.

 

II

Mi sono svegliato alle sei e mezza. Era buio. Ho guardato dalla finestra e pareva tirasse la bufera. Ho abbandonato l’idea di una corsa e mi son messo a studiare.
Cosa? Sabato ho l’esame per il passaggio di cintura. Parlo di wushu. C’è tutta una serie di posizioni e movimenti da ricordare, e per ogni posizione e movimento c’è un nome. Cinese. Ogni forma è fatta di posizioni e movimenti. O volendo vederla in altro modo, è una lunga sequenza di nomi cinesi. Gong bu. Du li bu. Pu Bu. Ma bu. Teng Kong Fei Jiao.

Alle sette e mezza ho guardato ancora dalla finestra. Bufera. Sono tornato nel letto. Ed ho sognato di una bufera seria, serissima. Tanto seria da spezzare in due gli abeti davanti al palazzo. Li guardavo da dietro i vetri. Spezzati di brutto, con gli anziani del condominio a commentare a gesti. Se ne stavano, i pini, come due pesci sul marmo bianco del bancone del pescivendolo. Mi stupivo di non averli sentire cigolare e cascare. Mi spiaceva non averli visti cedere progressivamente al vento. La vista dei cadaveri – insomma – non mi saziava. Rimpiangevo di non averli visti crepare. La noia dietro i vetri, ecco.

Alle otto e mezza mi sono svegliato per la seconda volta. La doppia sveglia deve aver accentuato il torpore. Il torpore deve avermi reso docile. Così, in bici e con la pioggerella, son andato a lavorare gratis, come quasi ogni mattina.

Riso basmati col curry. Cucinato da me. Digestione. Poi ancora posizioni e movimenti cinesi. Sai, ho un ginocchio che scricchiola. E il collo che anche. Una cosa che mi spaventa, che mi fa sentire vecchio è il tempo di recupero. Aumenta. Sai quand’è che mi sono accorto di invecchiare? Quando mi son tagliato. Ci ha messo più tempo a rimarginarsi. Non è una metafora. Ci ha messo più tempo. E la cicatrice si vede. Guarda che se ci penso, ottimisticamente sono a mezza vita. Guarda che pur di non pensarci è meglio studiarsi quei nomi cinesi. Riempirsi la testa di nomi cinesi e non pensare ad altro. Pensare che prenderò la cintura gialla. La prenderò comunque.

Guarda, la cosa del più-tempo-a-rimarginarsi se per caso la noti sulla tua pelle non raccontarla. Ti guardano strano. Ci restano male. Se le ragazzette che ballano sul tavolo per un caso epocale scendono dal tavolo e vengono a ballarti accanto, non raccontargliela. Non piace. Ti fai una figura del cazzo.

A volte mi chiedo ma come ci salgono sul tavolo, le ragazzette. Mi manca il momento in cui ci salgono. Le vedo giù, poi le vedo su. Mi manca – come per i pini – il momento del trapasso. Del tracollo. La musica era alta e non ricordo di averle sentite scricchiolare.

Uno dei lati negativi dell’avere un cane è portarlo fuori quando piove. Specie se il cane è il mio cane. L’ho fatto. Non toccava a me, ma l’ho fatto. E’ segno di grande maturità, un buon inizio di febbraio cinese. Voleva andare sulla neve fradicia. Voleva che ci andassi anch’io. L’ho assecondata. Parlo del cane, che è una cagna. Era eccitata. L’avevo troppo coinvolta col gioco della pallina, nel primo pomeriggio. Questo perché ho deciso, in questo mese, di giocare di più con lei. Spero se ne accorga. La pallina del mio cane è di gomma gialla e trasparente. È piena di punte. Sembra una mina marina. Piena piena di punte. Tanto che a volte non so se è il cane che morde la pallina o la pallina che morde il cane. Diciamo che si mordono.

Sai qual è il pensiero più triste che riesco a tirar fuori se penso al rapporto col mio cane? E’ questo: chi sopravviverà a chi? E’ una domanda che potrei pormi pensando a qualsiasi essere umano col quale interagisco. Ma col cane so di giocare sporco. Perché non credo sappia che si muore.

Quindi cane sotto la pioggia. Poi the alla menta. Poi cose che faccio abitualmente senza un perché. Poi cena a base di verdure. Poi un cioccolatino e fra l’altro grazie di tutto. Poi ho spiegato al mio amico di come poco convenga acquistare macchina fotografiche russe su e-bay. Perché si rischia di riceverle fallate. Come la mia. Poi a casa. Senza ascensore ma con le scale, rampa dopo rampa. Poi ora è la mezza e vado a letto.

 

III

Oggi è stato un fallimento. Ho perso troppo tempo a fare nulla. Probabilmente ero stanco.
Ho qui sulla scrivania il libro di Alessandra C. Non l’ho ancora iniziato. Ho paura di avere ragione. Troppa, per leggerlo. Questa mattina mi son svegliato alle sette ma son ripiombato nel sonno. Sono andato al lavoro-gratuito in bici, ho lavorato gratuitamente, quindi son tornato a casa.
Anzi no. Son passato in una drogheria a curiosare tra gli scaffali del the e delle tisane. Ne ho portate via due. Pagandole. In questo particolare periodo sono stranamente convinto che infusi di erbe varie possano essere efficaci contro il tumore ai polmoni di cui morirò. E dire che ne fumo due al giorno. Dopo i pasti. E prima delle tisane.
Pranzo a base di pollo. Poi son uscito a far la spesa. Ho comprato otto vasetti di yogurt. Greco. Quello corredato di miele e noci da versarci dentro. La vacanza a Creta credo mi abbia cambiato un po’. Prima o poi mi toccherà parlare di Creta, e lo farò volentieri. E parlandovi di Creta vi dirò della cucina greca, di come sembri sempre così fastidiosamente sana. Tanto che finisci per affezionartici.
Creta è [secondo me] il paradiso terrestre. Ma il proverbio dice che “tutti i cretesi sono bugiardi”, quindi bisogna fare un po’ di attenzione. Ma – appunto – ne parleremo poi.

Ho giocato a pallina col cane. Ha gradito molto. Credo si ricordasse di aver giocato anche ieri, sono soddisfatto. Molte persone disapprovano il fatto che io dorma col cane. Ho un futon, livello pavimento. E per questo motivo non sono riuscito ad insegnare al cane che non-si-sale-sul-letto. Perché non c’è da salire.
Il mio cane, dunque, occupa una delle uno-virgola-cinque piazze del mio futon. Molti disapprovano. Io stesso disapprovo, dovendo dormire allo stretto. Il problema non è il cane in sé e per sé. Consideralo un essere, generico. Giuro che in quel futon ho rischiato di portare esseri molto ma molto più sgradevoli di qualsiasi cane. Figuriamoci del mio, che per giunta è piuttosto intelligente. Rispetto agli altri cani, intendo.

Pensare di morire può essere triste. Pensare a cosa hai rischiato di portarti a letto è tristissimo. E se il rischio si è concretato, auguri. Mica si rinnega. Per ripicca, magari. No no. Si valuta il passato secondo diversi criteri. Nuovi. Cinesi.

Non ce lo metto io, il cane sul futon. Quando mi addormento finge di dormire nella sua cuccia. Con quel respiro leggero sembra spergiurare che non si muoverà da lì. Quando mi sveglio, però, dorme sul futon. C’è il prima e c’è il dopo. Anche stavolta mi perdo il passaggio. Come per gli abeti spezzati dal vento gelido. Come per le ragazzette balzate sul tavolo del discopub.
Come tra il quando-ero-stupido e adesso. Quando-ero-stupido non mi accorgevo di esserlo. Ora mi pare di non esserlo. Ma non ricordo quando ho smesso di esserlo. Forse ora altro non sono che il quando-ero-stupido del 2010. Eppure credo di no.

Nove vasetti di yogurt greco, dicevo. Poi la farina di ceci, perché ho deciso di frequentare un master di farinata. Poi una cosa che la monti, ci infili un’altra cosa, e poi la passi là dove c’è polvere e la polvere sparisce. L’ha vista in tivù la padrona di casa e l’ha pretesa.

Poi cane sulla neve. Poi hai dimenticato gli occhi sul cruscotto.

Ero all’aeroporto, a settembre. Il mio compagno di viaggio mi stava spiegando di come sia il lavoro a qualificare l’uomo. Uhm. Secondo lui chi non lavora non è degno. Uhm. Man mano che procedeva mi rendevo conto che era più giusto dire che chi non guadagna non è degno. Uhm. Poiché lui lavora e guadagna, è ovviamente degno. Uhm. Poiché io lavoro ma non guadagno sono solo potenzialmente degno. Guarda che secondo me ci sarebbero altri parametri da considerare, ho detto io. Na na na na na. No busta paga, no dignità. Guarda che va bene, io sto producendo l’invisibile, ma se gli dai la tinta… Na na na na. No dignità. Guarda che adesso mi incazzo.
In quell’istante mi è passata per la mente un sacco di roba. L’articolo uno della Costituzione, il prezzo della cultura, la scala sociale, Marx, le mondine della bassa. Più d’ogni altra visione, mi è venuta voglia di afferrarlo dietro la nuca, con pollice e indice ben divaricati, e spaccargli la fronte sullo spigolo del cestino della spazzatura d’alluminio lucido, che mi sembrava abbastanza appuntito ma neanche troppo. Ma ho pensato che ciò avrebbe compromesso in modo ragguardevole la nostra vacanza nell’Egeo.
E così non l’ho fatto. Mentre mi parlava di quanto sia maturo chi ha il posto di lavoro la mia unica consolazione è stata quella di immaginare sangue e cervello colare giù da quel cestino. In parte dentro il sacco in parte fuori, fino al pavimento di gommaccia.

Sono dunque indegno e omicida?

 

IV

Mi ero illuso di essere entrato nel mese cinese a pieno titolo. Non è così. Questa giornata – ad esempio – non conta. Non sono stato per nulla cinese. Sì, certo, ho evitato gli ascensori, ho limitato l’uso di mezzi a motore, ho mangiato riso bollito e ne ho mangiato poco. Ma non è bastato.
Ho fatto esercizi di kung fu nel giardino sotto casa, ho giocato a pallina col cane [che però non ne aveva molta voglia, devo dire], ho cucinato per la padrona di casa, ho partecipato ad una riunione decisamente noiosa e mi son letto un pezzo delle Confessioni di Agostino. Ma non è bastato.

Sai cosa? E’ andato tutto in merda già dall’inizio, perché mi son alzato tardi. I cinesi si alzano fastidiosamente presto, ed io non potrò mai competere.

E poi sai cosa? C’è stata una bella notizia. Cosa intollerabile per qualsiasi cinese. La macchina fotografica russa – arrivata per posta da Mosca qualche giorno fa - funziona. Certo raccontare in giro di aver comprato una macchina fotografica russa proprio a Mosca è molto intrigante. Ma aggiungerci un “rotta” sì che sarebbe stato un colpo di teatro. Già mi vedevo lì, al discopub, a raccontarlo alle ragazzette scese dal tavolino solo per dar retta a me ed alle mie vicissitudini. Con un racconto così potevo tenerle giù dal tavolo anche per una quindicina di minuti. Tenerle vicine, capisci? Invece la macchina va e quelle dopo un paio di minuti torneranno su.
Ho pensato di romperla a calci e dire che mi è arrivata-già-così.
 
L’ho comprata in Russia perché se la compri là ti costa la metà di quello che ti costerebbe qui. Più spese postali e doganali.

È una macchina che fa le foto panoramiche. Lunghe. Esempio. Con una macchina normale [anzi banale] potete fare la foto a due ragazzette che ballano sul tavolo di un discopub. Con la mia macchina russa di ragazzette sul tavolo ne prendete anche fino a dieci o dodici e vi resta tutto lo spazio per farci stare gli intellettuali di sotto. Quelli che fan finta di non guardarle, esatto.

Sono passato sotto una finestra con degli addobbi stencil. Erano molto ben fatti. Invece, di trenta persone che hanno visitato la mia rubrica sei sono stronze.

Ho avuto un’idea cinese. A inizio giornata nascondere una banconota in un posto dove passa tanta gente. Sperare per tutta la giornata. A fine giornata passare e trovare la banconota ancora lì. Inizierò domani. Attaccherò un cinque euro dietro il quadretto del regolamento di condominio. Questo per avere un’idea delle persone con cui divido i muri. Persone che a volte mi fanno paura.

 

V

Tutto il quarto giorno cinese l’ho dedicato ad un’intuizione.

Ho pensato questo. Presente no che quando freni si accendono gli stop? Ecco. Il dispositivo a cui ho pensato fa sì che più deciso si frena più forte e fastidiosa è la luce degli stop. Se ad esempio una bestia qualsiasi ad un tratto ti attraversa la strada e tu tiri giù il pedale del freno con tutta la violenza che hai a disposizione nella gamba destra, gli stop si incendiano spaventosamente. Diciamo un’esplosione rossa. Se invece freni pochino, con delicatezza, il rosso non fa che accentuarsi quel tanto che basta. Con discrezione.

Una ragazzetta è scesa dal tavolino del discopub – nonostante stesse abbastanza ballando – e mi ha detto che secondo lei il dispositivo è una cazzata. Cazzata, ha detto. Dice che è coreografico e tutto, però appena inchiodo va a finire che il tipo della macchina dietro si riceve sulle rètine l’esplosione di colore, ne resta abbagliato, sbanda, muore. O peggio sbanda, agonizza, muore. Indipendentemente dal fatto che di trentasette persone che oggi hanno letto la mia rubrica solo quattro godano della mia incondizionata stima.

Eh, però tipa mica ti dispiacerebbe montare su ’sta macchina che appena schiacci il freno disintegra chi non tiene la distanza di sicurezza, dai. Altro che ballare sul tavolino e far la finta lesbica con la tua collega. Lo fuciliamo di luce.

Vedi – dice lei – se gli fulmini la vista poi ce n’è uno in meno che mi guarda ballare facendo finta di no.

La ragazzetta ha del senno e non parla giusto per parlare. Ha detto che il dispositivo intanto è fico. Fico, ha detto. Solo lo devo collegare agli abbaglianti, non agli stop. Così posso fare i fari alla bestia qualsiasi che ad un tratto mi attraversa la strada. Con due colpi di leva spararla lontano, in un altro habitat a kilometri di distanza. Risparmiando la vita a lei e la vista allo stronzo che non tiene la distanza di sicurezza. Tutto questo ha detto, prima di tornare sul tavolo. Riabilitando in parte la mia intuizione. Lasciandomi in parte sperare.

Steven Tyler è della leva di mia madre ed ha meno rughe di me. Sto decidendo se la cosa deve farmi ridere o no. La parziale bocciatura della mia intuizione mi ha frastornato, non posso nasconderlo. I soldi, invece, so di poterli nascondere. Presente no l’esperimento che dicevo ieri? Alle otto e trentacinque di stamattina ho nascosto una banconota da cinquanta euro sotto il mancorrente della rampa di scale tra il secondo e il secondo piano e mezzo. Alle ore diciassette circa sono sceso a controllare e l’ho recuperata. C’è un problema. La banconota aveva un differente numero di serie. Ho sempre più paura della gente con cui condivido i muri.

 

VI

Tra i trentatre utenti che oggi hanno letto la mia rubrica ce ne sono sette che vorrei non la leggessero mai più. Anche perché domani ho l’esame per il passaggio di cintura e non voglio distrazioni. Oggi – se lo ritengono opportuno – possono ancora leggere. Perché non ho affatto voglia di scrivere, e quindi lo farò male. Dedicandoglielo.

Sai che fuori ci sono dodici gradi? Tutti e dodici, uno dopo l’altro, si portano via la neve-rimasta.

Le ragazzette che ballano sul tavolino del discopub hanno addosso molto più di dodici gradi e molto più di dodici paia di occhi che fanno finta di non guardare. E scherza scherza io non ho ancora capito come è andata la questione della banconota da cinquanta euro di ieri. Però la bilancia dice che ho fatto fuori circa due kili in cinque giorni.

Stamattina ho piazzato la banconota da cinquanta euro sotto il tappetino dell’ascensore. Alto rischio. Bastava che alla signora anziana e spaccacoglioni del terzo piano che tornava con la spesa si fosse spaccato – chessò – il pacchetto da un kilo di zucchero sull’ascensore. Si sarebbe sentita obbligata a pulire e avrebbe rinvenuto il biglietto, sentendosi obbligata ad infilarselo in tasca. Ma tutto ciò non è successo. Verso le diciotto son salito sull’ascensore ed ho premuto un tasto a caso. Credo S. Ho alzato il tappetino. I cinquanta euro erano lì. Più un biglietto da dieci – aggiunto da non so chi – per un totale di sessanta.
Ho premuto alt. Chiuso lì dentro ho iniziato a pensare al da farsi. I cinquanta euro sono miei, e non ci piove. Quelli li posso prendere. I dieci però no, non sono miei. Sono – forse – di qualcuno che sta facendo il mio stesso gioco. E che quando tornerà a prenderli vorrà trovarli lì. È un qualcuno che ha messo i suoi dieci euro senza prendere i miei cinquanta, che erano già lì. Perché dovrei derubarlo, dunque? Però potrebbe anche essere che…

E ci ho pensato, pensato, pensato. Fermo tra il primo piano e il piano terra. Costringendo le vecchie a far le scale. Con le borse zeppe.
Le sentivo rantolare ma non me ne importava poi molto, preso com’ero dal ragionamento. Dopo quasi un’ora la mia metà disonesta ha avuto il sopravvento ed ho deciso di accaparrarmi l’intero piatto, restando in attesa di eventuali sviluppi.

Sono stanco ed affamato. Sono annoiato. Esterrefatto per i dodici gradi. Tredici più di ieri. Non ho toccato sigarette, oggi. Eppure finora non è stato vero mese cinese. Niente a che vedere con quello dell’anno scorso. Nemmeno paragonabile. Credo sarebbe il caso di ripartire. Riposarsi un po’ nel weekend e poi partire decisi lunedì.

Ho male al braccio. Dentro il braccio.

 

 

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