[B.C.]

 

Cazzone della Val Roya

Nella puntata zero del mio telefilm – che è puntata doppia – ci sono quattro ragazzi in macchina. Enzo, che è fidanzato con Marzia. Luca, che si scopa regolarmente Marzia. Ferdi, che sa che Luca si scopa regolarmente Marzia ma sta zitto perché potesse se la scoperebbe pure lui, e non lo esclude per il futuro. Osvi, che si è scopato Marzia ma prima che si mettesse con Enzo. E ne conserva un buon ricordo. Forse ottimo.
Se quella macchina fosse l’universo, Marzia ne sarebbe il fulcro. Ma quella macchina è soltanto una macchina lanciata ai centoquarantasette l’ora sulla statale che presto o tardi si infilerà in un lungo tunnel per sbucare in Francia. Mancano otto chilometri al confine. Ferdi e Luca, seduti dietro, guardano dietro. La polizia l’hanno seminata da parecchio. Ma quel cazzo di motociclista con la tuta rossa e grigia e il casco idem non li molla, non li molla, non li molla.
Quello che non sanno è che hanno al culo una specie di supereroe. In un certo senso lo immaginano, ma non ne hanno la certezza. Osvi infatti continua a dire che con tutta probabilità non è uno dei soliti coglioni che vanno su e giù per la Val Roya, che fanno a gara con tutti e in particolare con le auto che vanno ai centoquarantasette l’ora. E’ molto preoccupato, dice. Luca gli spiega che non è così.
“C’ha la finta-figa dietro. E’ un cazzone della Roya. Quello è per i fatti suoi, ve lo dico io!”
“In ogni caso ha la tuta troppo lucida per essere uno qualunque. E mi dà fastidio. Quindi uno di voi ora gli spara, cazzo”, urla Enzo mentre schiaccia a tavola.
Osvi esce per metà dal finestrino anteriore destro e punta la Beretta sui motociclisti. Spara tre colpi ma sono sempre lì. Quattro cinque sei ma sono sempre lì.
A quel punto nello screenplay originale Ferdi spaccava il lunotto con il calcio del kalashnikov e poi faceva fuoco sulla moto, ma la produzione ha detto che il lunotto usciva dal budget e si è dovuta tagliare la scena. Bastava prendere una cinque porte, ho detto io. Una cinque porte coi finestrini che vanno giù anche dietro. Questa tre porte, invece, ce li ha fissi. A compasso, capisci? A parte che non si sono mai visti dei rapinatori usare una tre porte. Magari con l’autista che lascia il motore acceso mentre gli altri fanno il colpo e poi quando arrivano coi sacchi scende per farli salire dietro. Certo. Niente: la produzione ha detto che la tre porte era più sportiva. Va bene. Allora abbiamo fatto uscire Osvi una seconda volta dal finestrino, ma col kalashnikov. Tre raffiche a vuoto e poi il fucile si inceppa. Osvi torna dentro.
Enzo dice che dopo quel tornante c’è la deviazione. Lo dice col sopracciglio destro alzato. Dice che gli sbirri s’immaginano che cercheranno di imboccare il tunnel e quindi l’avranno già blindato, ma loro li fotterano e gireranno sulla vecchia strada del colle. E poi? Poi non si sa, ma comunque non c’è alternativa.
“Piuttosto mi appendo sotto la pancia di una vacca e ci resto fino a che non sento più elicotteri volare”, dice Enzo. Fossero tre mesi.
Luca, che è il laureato dei quattro, trova il tempo per apprezzare l’involontaria citazione omerica. Poi inizia a parlare così:
“Vi siete chiesti per quale motivo sotto queste tute blu siete tutti vestiti Quechua? Non ve lo siete chiesti perché siete dei cazzoni allergici alle più elementari forme di raziocinio”.
Il copione prevede, a questo punto, un flashback in bianco e nero, dove c’è Luca che fa la spesa al Decathlon e compra quattro pezzi di ogni. Quattro paia di orrendi sandali cosiddetti tecnici, quattro magliette ipertraspiranti di colori assortiti, quattro paia di pantaloncini corti, quattro zaini a caso ma capienti, quattro borracce, quattro paia di occhiali che bloccano i blue ray pur non sapendo cosa siano i blue ray, quattro cappelli diversi ma tutti da idiota.
“Ora ci togliamo le tute, poi facciamo girare questo tubetto di crema solare perché dobbiamo sembrare unti, capito? Tu che guidi, le cose della tuta e della crema ovviamente le fai dopo. E ora senti qui: presa la via vecchia, al quarto tornante vai diritto, diritto nel bosco. Ci perderanno di vista per qualche minuto. Lì mettiamo i soldi negli zaini, terminiamo il camuffamento e ognuno per sé. Oh, siccome non abbiamo il tempo per contarli, i soldi, e considerato anche che non sapete contare e quindi ci vorrebbe davvero troppo tempo, ognuno se ne prende una bella manciata, e poi ci si ritrova quando convenuto, dove convenuto. Se per caso uno di voi, diventato improvvisamente audace in matematica, riuscisse ad arrivare alla conclusione che quel che s’è ficcato nello zaino è più di un quarto del totale e decidesse di snobbare il predetto appuntamento, metta anche in conto che presto o tardi finirà morto ammazzato e non si godrà il suo quarto abbondante. Ed ora per cortesia levatemi quel motociclista di merda da lì dietro”.
Il motociclista non fa parte di un reparto speciale della polizia. E’ un supereroe che si autogestisce. E che nelle prossime puntate vivrà anche discreti conflitti con le forze dell’ordine, esattamente come accade agli altri supereroi. All’inizio avevano detto che si era già fatto un telefilm con un motociclista che amministra autonomamente la giustizia sulla strada, ma io ho detto loro che se avessero letto bene bene e non solo così-tanto-per si sarebbero accorti che questo qui non è solo bravo a sgasare e piegare, perché altrimenti altro non sarebbe che il solito cazzone della Val Roya che quando scende dalla sella sa di sudore e schifo. No no. Questo qui non a caso pattuglia le strade alpine, perché sa anche camminare, arrampicare, montare una tenda, sciare e può addirittura dire con una certa precisione se verrà a piovere o meno. Nella dodicesima puntata, ad esempio, succhierà via il veleno di vipera dalla caviglia di una suora laica. E loro, proprio in quella sede, mi hanno chiesto con che arma avrebbe ucciso i cattivi. Ed io ho spiegato loro che non avevo intenzione di fargli usare armi, convenzionali e non. Al limite qualche ceffone ogni tanto e nulla più. Hanno detto che c’era già un telefilm in cui non moriva mai nessuno dei cattivi. Insomma non riuscivano proprio a capire, così gli ho fatto vedere lo storyboard della puntata zero – questa qui – e li ho fatti restare di merda. Hanno firmato il contratto tre minuti dopo.
Osvi esce una terza volta e piazza un colpo in qualche punto della moto, che rallenta fino a fermarsi. Sollievo. Al quarto tornante vanno diritti e finiscono nel bosco. Niente collisione frontale con il larice, come invece da sceneggiatura, perché se non entra un lunotto nel budget figuriamoci un frontale. I quattro scendono, aprono il bagagliaio e si camuffano da turisti liguri. Spartiscono i soldi così come viene e nascondono le pistole nelle capienti tasche previste in tutti i pantaloni tecnici della linea Quechua. Si salutano alla svelta, con accento ligure tanto per impratichirsi, ma ecco che arriva il centauro rosso e grigio tenendo per mano la finta-figa col culo sfatto. E’ bella questa scena in cui, in un bosco dove la luce entra come lame di sciabola nella botte del pirata, sta per succedere l’imprevedibile. Il motociclista fa cenno alla tipa di togliersi il casco. Lei esegue.
Enzo dice “Amore! Che cazzo ci…”
Solo che anche Luca dice “Amore! Che cazzo ci…”
E viene fuori che Ferdi sapeva tutto e non aveva detto un cazzo, solito ignavo di merda. E lì succede che si mettono a discutere fino a far volare parole grosse. Poi si passa direttamente alla pistole e tramite una serie di passaggi logici che ora sarebbe anche un po’ noioso spiegare, i quattro si fanno fuori da soli. Manco Marzia fosse stata così fica. Qui la produzione ha detto che il tutto era molto simile a un film molto famoso di un regista americano, ma io ho spiegato loro che nelle interviste avrei detto che era una citazione colta e ne saremmo usciti più che bene. Li ho messi tutti d’accordo.
Ho preteso che Marzia – appunto – non fosse così fica col casco in testa. Quando se lo toglie, sì, ha un bel visino. Ma col casco su fa ribrezzo.
La puntata finisce col supereroe che va al baretto di sotto a vantarsi delle pieghe, tanto per non dare nell’occhio, e Marzia che trova senza troppa fatica un passaggio in moto fino a casa. A me pare una bella storia dove la violenza viene comunque condannata in automatico dall’attento spettatore capace di cercare una morale anche laddove parrebbe non esserci.

 

Nero schifo-del-cazzo

Nella puntata zero del mio nuovo telefilm c’è un ragazzo-non-più-troppo-ragazzo che viene a sapere che non ha passato lo scritto dell’esame di Stato da avvocato e quindi realizza che ha buttato nel cesso una cosa come dieci-dodici anni della sua esistenza. Decide di non riprovarci l’anno venturo e si inventa qualcosa di nuovo. Questa coinvolgente intro verrà riproposta all’inizio di ogni puntata mentre una voce di fondo lo spiegherà a tutti. L’intro terminerà con lui che guarda in camera e alza un sopracciglio, e a questo punto lo spettatore scoprirà che il protagonista sta meditando qualcosa di interessante. Poi partiranno i titoli di testa, esattamente come accade nei telefilm che si rispettino. Quindi ora inizia la puntata zero, che è – ovviamente – una doppia puntata.
Il protagonista si fa una rapida autoanalisi e scopre di essere un soggetto mediamente analitico ma altamente sistemico, con espressività emotiva medio-alta, pensiero-vincolato, relazione sociale verticale, valore misura&eleganza alto e predisposizione a leader, frutto di una certa qual autorevolezza di cui – però – era fino ad allora parzialmente inconsapevole.
In forza di questo risultato allettante quanto inutile decide di partecipare a tutti i concorsi pubblici banditi presso enti pubblici aventi sede nel raggio di centocinquanta kilometri dal suo domicilio. A sua insaputa, ad ogni concorso cui partecipa, e che ovviamente non vince, accumula un’energia oscura. Un qualcosa a metà tra un democraticissimo odio sociale pluridiffuso e un senso di vuoto spinto interiore.
Durante la prova su excel di un concorso da istruttore tecnico C1 bandito dalla Comunità Montana Valle Maira, a seguito di una risposta scortese di un membro della commissione esaminatrice l’energia oscura raggiunge il punto di non ritorno e il ragazzo-non-più-troppo-ragazzo si trasforma in un mutante. Il mutante è fatto così: tutto nero, ma nero come il cristo che c’ho addosso costantemente, nero come lo schifo-del-cazzo che annuso tutto attorno, che vedo tutto attorno, come lo schifo-del-cazzo che mi faccio e che mi fanno. Nero come quella cazzo di negra che mi stava seduta davanti sul treno alle 4:30 del mattino, e che poi piano piano s’è tolta il trucco ed il parrucco ed era un negro con cappellino della Nike. Nero così e forse anche di più. Nero come tutto il nero che non ho messo su bianco. Nero come il nero dei toner che non ho consumato, shakerato e riutilizzato fino alla morte più nera. Nero come il piatto in cui mangio ogni pranzo, ogni cena. Nero elegante, ma comunque nero-schifo-merda. Nero come una bestemmia in trincea. Come un calcio in culo ma nel mezzo. Che senti come se ti avessero staccato il tubo di netto. Nero lutto di famiglia terrona, nero di urla e capelli strappati, di scialli fradici di lacrime finte. Nero di dagli al carabiniere nero, che tanto è tutta colpa dello Stato. Nero dita prese nella porta. Nero contatore di bachelite. Nero salta la luce e scendi in cantina e prima di andarci metti un coltello da bistecca nella tasca dietro dei pantaloni perché quando andrai giù sarà nero, e dici anche “se non torno tra cinque minuti vienimi a cercare”.
Insomma è tutto nero, anche le palle degli occhi. Le pupille invece son due tagli verticali gialli. Il suo superpotere è quello di fottersene di tutto quello che accade nelle puntate uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattrodici, quindici, sedici, diciassette, diciotto. La puntata diciotto è una doppia puntata, quindi deve fottersene il quadruplo.


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