22.
Valle Vermenagna.
MONTE FRISSON.
2637 m. 1258 di dislivello. Difficoltà PD.
Tempo di salita indicato: 4h.
Data: sabato 04.08.2007.

 

Ero salito sul Frisson nell'estate del '95. Ed ero contento di averlo fatto, perché fino allora era "la gita dei grandi", che partivano da Palanfré un'ora prima di noi piccoli. Noi piccoli ci si fermava ai laghi.
Però non ricordo nulla di quella prima ascensione. O meglio ricordo che non si vedeva nulla perché eravamo completamente avvolti dalla nebbia. E che di li a pochi giorni avrei poi lasciato la mia fidanzata di allora. E che Michele ed io avevamo fatto gli snob ed eravamo saliti per ultimi. E ancora che avevo snobbato il tipo che mi aveva presuntuosamente teso la mano nel difficile passaggio finale. Durante la salita visto niente. In cima visto niente. Avevamo mangiato pane e salame senza sapere cosa ci fosse qui, lì o là. Senza avere idea di quanto fosse spaventoso il salto della parete Nord. In sei parole, non ero mai stato sul Frisson.

Nei miei pensieri apocalittici era rimasta questa cosa del passaggio difficile. Al tempo c'era un cavo d'acciaio, per aiutarsi un po'. Era un po' sfilacciato ai capi, ed io ovviamente mi ero punto con una delle fibre. Mi son chiesto per anni quanta gente ci si fosse punta, magari immediatamente prima di me, e quante fossero le probabilità di aver contratto qualche malattia grave. Ma ad oggi nulla è successo e va bene così.

Insomma. Questa volta ci siamo saliti. Bel posto, bel percorso, belli i laghi dove le trote boccheggiano ossessivamente. Bella la parte finale, ovvero quella che dal lago superiore sale fino in cima. Quando si attacca la vetta, il sentiero si fa sempre più ripido e tortuoso fino al famigerato passaggino finale [dove è stata piazzata una catena per facilitare le cose. Catena. Paura del contagio eh?]. Poi qualche decina di metri in cresta e finalmente la croce.
Oddio, non che la giornata fosse limpidissima. Ma quel che si vedeva era sufficiente - come si dice di solito - a togliere il fiato.
Sulla via del ritorno, giunti al passaggio bastardo abbiamo incontrato un papà con bimba piccola e bimbo troppo piccolo. Ci ha chiesto se la cosa era fattibile. Io ho detto che secondo me era fattibile per lui, ma sui bambini non ci avrei scommesso. Ha parcheggiato lì il più piccolo ed ha proseguito con la figlia. Io comunque il giorno dopo sui giornali non ho letto niente.
Scesi fino al lago superiore ci siamo tolti la soddisfazione di sentirci chiedere da dove arrivassimo. Da lì sopra, abbiamo detto. Da li sopra??, ha chiesto il ligure. Sì, da lì sopra. In effetti il Frisson ben si presta alla blague. Bisogna dire "sì, da li sopra" con quell'aria un po' così, come se l'avessimo vista brutta, come se un nostro amico - ahimé - non ce l'avesse fatta. Come se fosse una cosa non da tutti, ed invece lo è.

Come si può vedere dalle immagini qui sotto, la maledizione del Frisson ha colpito di nuovo. Quasi tutte le foto mostrano la classica macchia da crema solare sull'obiettivo. Macchia troppo densa per poter parlare di effetto flou. Colpa mia, ok.

Gradevole rientro parlando del più e del meno, fino al momento di paura. Mucche tranquille nel loro recinto, e in disparte una mucca meno tranquilla che ci muggisce con astio e sguardo di traverso. Io la minaccio con uno dei bastoncini e lei si risente nell'intimo. Ci segue trottando fino alla fine del recinto, ed è lì che, voltandomi , la sbeffeggio una volta di più. Poi, sempre camminando verso valle, resto girato a vedere che fa. E fa questo: infila la testa sotto il fil di ferro ed esce dal recinto.
Dico a Simone di correre, e anche svelto. Facciamo uno scatto e passata una curva a gomito ci fermiamo a vedere che accade. Ecco spuntare la mucca in corsa, e riprendiamo a correre anche noi. Ora: non è bello correre da stanchi e con gli scarponi, e la si prenda come verità assoluta. Corriamo come disperati nella faggeta, con falcata inverosimile, ed ogni volta che rallentiamo forti della convinzione che le mucche non inseguono l'uomo ed hanno un'autonomia limitata, subito sentiamo un campanaccio avvicinarsi, e riprendiamo la fuga.
Vuoi la paura della bestia, vuoi la paura del margaro che di sicuro qualche domanda ce l'avrebbe fatta, bruciamo l'ultimo kilometro in un istante. La vista dei cani del pastore accucciati all'ombra ci tranquillizza: a loro occuparsi del bovino. A costo di sbranarlo.

Scampato l'insolito pericolo e guardando ancora alle spalle di tanto in tanto, raggiungiamo il parcheggio, dove un gentile ragazzo ci attende per farci alcune domande sulla nostra escursione e regalarci dei gadget: uno stupendo portachiavi in legno per me ed una cazzo di cartolina demodée per il Simone.
Giuro che mentre il tizio mi faceva le domande temevo di vedere spuntare la mucca.

Ancora oggi cerchiamo di capire. E non ci sono spiegazioni. Restano il dubbio e una mucca silente, che rumina serbando rancore ed attende la prossima estate. Salvo macellazione.

 


La cima del Frisson. Che a vederla da qui c'è da chiedersi come ci si arriva.

 


Simone. Un ragazzo simpatico che usa calze antipatiche.

 


I due ragazzi fingono amicizia nei pressi della croce sommitale. Ma non è così.

 


Non sapendo cosa mettere, scrivo che la Rocca dell'Abisso fa sempre buona guardia.

 


Dovrebbe trattarsi della Garbella immersa nella nebbia. Ma non ci scommetterei.

 


Questa è la valle Gesso. Credo. Suppongo.

 


I laghi superiore e inferiore del Frisson. Molte trote, fra l'altro.

torna alle missioni della stessa annata oppure alla mappa generale